Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Mr Gwyn

Le ragioni per cui Gwyn smette di scrivere non sono importanti. L’importante è ciò che allestisce dopo. Come sempre a me interessa molto il modo in cui la gente rimette insieme i pezzi delle cose che ama, dopo che qualcosa è accaduto.
(Alessandro Baricco)

Jasper Gwyn sostiene il primato delle civiltà meridionali, dovuto al loro conoscere il significato esatto del termine luce. Come la maggior parte delle persone, è perplesso nell’accettare una caramella recuperata dal fondo di una borsa. Ma soprattutto, tenta di vivere lentamente, concentrandosi su ogni singolo gesto, quasi recuperando il tempo naturale delle cose e un’eleganza e “una signoria sugli oggetti che i più avevano dimenticato”. Lento è anche il ritmo e il passo di questa storia, fino ad un’improvvisa accelerazione che scuote il lettore dal torpore costringendolo a correre per non smarrire la chiave delle cose che accadono.

Deciso ad intraprendere la carriera di dimissionario, un bel giorno Jasper Gwyn invia ad un giornale l’elenco delle 52 cose che sta per smettere di fare, tipo “farsi fotografare con la mano sul mento, pensoso” o “incontrare scolaresche fingendosi sicuro di sé”. La cinquantunesima cosa è “pubblicare libri”. L’ultima “scrivere libri”.

Una fuga per ridiventare “uno qualunque”, un ritirarsi di soppiatto dalla rissa. Tuttavia a Mr Gwyn manca il gesto dello scrivere, e quell’indugiare ossessivo in una lentezza capace di lasciar entrare tutto il mondo in ogni passo e di scrivere mentalmente somiglia a una liturgia sostituiva e provvisoria che elude la vita. Il caso lo conduce di fronte ad un ritratto esposto in una galleria d’arte, dove Gwyn si imbatte in “un tempo che non si aspettava, lo scorrere di un tempo” capace di riportare a casa. Come in Oceano mare, la storia nasce da un quadro, e come in Oceano mare si dipana sull’orlo di un confine: lì era tra terra e mare, qui tra luce ed ombra, parola e silenzio, presenza e assenza, prossimità e distanza, finitudine e non finito.

Gwyn decide che il suo nuovo lavoro di copista consisterà nello scrivere ritratti, nel ricondurre a casa avvalendosi di un fondale sonoro “immobile come un volto che invecchia” e di una luce infantile a scadenza variabile – e tuttavia certa – in cui far scomparire il modello a se stesso, spogliandolo non tanto degli abiti quanto della “crudezza e del ritmo del mondo fuori”, sì che rientrando in quel mondo egli avrebbe mosso “i primi passi per strada con un’incertezza di animale appena nato”.

Il tempo dell’esperimento sembra non passare, ma srotolarsi in “un unico istante, sempre identico a sé”. Un tempo in cui si acquisiscono una precisione nei gesti non ritenuta necessaria prima di allora. Mr Gwyn scrive ritratti per sottrazione, colmando distanze inimmaginabili con l’aiuto del tempo, che passa su ognuno di noi portandosi via incrostazioni e contaminazioni. Ai personaggi che si avvicendano sul palco viene richiesta una nudità che conduce ad un’altra nudità, quella che non ha più bisogno del corpo, che si compie quando l’ultima lampadina si spegne sulla scena “senza esitazioni e silenziosa come un ricordo”, lasciando emergere allora la storia che siamo – non personaggi ma intere storie – “qualche pagina di un libro, ma di un libro che nessuno ha mai scritto e che invano cerchiamo negli scaffali della nostra mente”.

Colpisce, in queste pagine, la ricorrenza dell’aggettivo esatto: esatto come il morire rispetto all’invecchiare, esatto come il gesto dello scrivere, come il protagonista quando rinuncia al controllo delle distanze e all’autodifesa dal contatto con Rebecca (la “cavia” del suo primo esperimento), come il tempo di questa storia, preciso e senza omissioni nel liberare le cose dal superfluo riportando a casa anche Jasper Gwyn, “uomo esatto anche nell’errore”.

Mr Gwyn se ne va senza far rumore, senza neppure “quella solennità a cui sempre avrebbe diritto il tramonto delle cose”, sigillando una ricerca di sé che diventa autoritratto, correndo parallela all’intento del suo stesso autore e lasciandosi alle spalle coprotagonisti straordinari: su tutti, il vecchio artigiano che fabbrica lampadine (cui si ispira il sito dedicato al libro), uno che fissa il suo interlocutore “nel filamento degli occhi” per scovarne una crepa, colui che muove la luce e il buio a tempo determinato attraverso creature che muoiono dopo un certo numero di giorni, hanno forme e nomi di regine o principesse (nonché un pizzico di imprevedibile follia) e sono in stretto rapporto con la consistenza e la misura del tempo secondo Mr Gwyn, con la peregrinazione compiuta dal suo ritratto espressa in velocità di passo e lunghezza di cammino. Cos’è la luce infantile commissionata da Gwyn e realizzata dal vecchio artigiano se non l’innocenza perduta con l’esperienza, l’unica che possa illuminare il candore macchiato da cinismo e stanchezza e suggellare la fine del ritratto nel suo “andamento elegante, perfino poetico, e possibilmente imprevedibile”?

Restituire quell’innocenza diventa l’obiettivo dei ritratti scritti da Mr Gwyn. Riportare a casa se stesso scivolando nelle chiazze di buio creato dalle lampadine ormai esauste. Ripensando le distanze in chiave indolore, perché sei storia e non personaggio, bisognoso d’intrecci e d’abbracci ma consapevole che c’è anche chi non può toccarti senza farti del male. Memore “di come qualsiasi incantesimo sia fragile oltre ogni dire, e velocissima la vita nel suo rapinare”.

Quello che amo dei libri è che ci consegnano e ci obbligano ad un respiro che non fa parte del nostro modo di stare al mondo
(A. B.)


Alessandro Baricco
Mr Gwyn
Feltrinelli, Milano 2011

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Questa voce è stata pubblicata il 9 gennaio 2012 da in Alessandro Baricco con tag , .

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