Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

L’attesa

L’attesa è lunga, il mio sogno di te non è finito.
(Eugenio Montale, Il sogno del prigioniero, da La bufera e altro)

Uscito nel 1998 da Feltrinelli e tornato in libreria l’anno scorso, L’attesa è un saggio in quattro capitoli fascinoso ma “tosto”, tutt’altro che riposante, nonostante le esigue dimensioni; esige – al contrario – massima concentrazione e lascia un singolare non so che tra inquietudine e insoddisfazione. Per restare in tema: ti aspetti una cosa e – chiuso il libro – non è esattamente quella. Da questo punto di vista, un libro indovinato.

È l’autrice stessa, nella Nota tardiva, a dichiarare di essere stata a suo tempo sorpresa da una frase di Wittgenstein che si esprimeva in tal senso: aspettiamo l’atteso ed è l’ospite che arriva. Ovvero, dell’impossibilità che l’attesa si compia nelle forme prefigurate dal nostro desiderio o dalle nostre riserve: «Scoccata dal linguaggio per colpire un bersaglio reale, ogni attesa non potrà che essere insoddisfatta, sorpresa, tradita».

Tutti i rimandi letterari e filosofici contenuti nel libro (da Leopardi, a Benjamin e Wittgenstein, da Novalis a Henry James, Borges, Blanchot e molti altri) rimbalzano su questo pensiero iniziale, offrendo un orizzonte inedito e stimolante alla riflessione proiettato sulla vita di ognuno di noi, vita che è essa stessa particolarissima forma di attesa scandita da continue attese, molte delle quali incompiute o semplicemente eluse.

Se ne esce sopraffatti dai paradossi: attesa e noia («forma allentata dell’attesa, è un’attesa senza direzione, senza forma»), attesa e sorpresa, attesa e occasione, attesa e compimento, ma anche qualcosa di più estremo ed “esistenziale”: «L’attesa ha dunque in sé due tensioni diverse: una tendenza a perdurare e una tendenza a smettere. Ma dove attinge l’attesa la sua risoluzione (di perdurare o di smettere), la sua energia, la sua pazienza e la sua impazienza? È forse libera, l’attesa, di agire, in una direzione o nell’altra? Non lo è. Non possiamo decidere di entrare in uno stato di attesa o di uscirne. Forse questa decisione esiste, ma non siamo noi a prenderla. L’attesa è una passione. Si attiva, come ogni passione, al richiamo del suo oggetto. L’attesa è una vocazione. Dio, la musa, il padrone, l’oggetto, fanno un cenno, e l’uomo esce dal tempo, si mette sul bordo della strada, in attesa».

Mentre colui che aspettiamo (prefigurato dall’immaginario e dal linguaggio) non è colui che arriva (appartenendo all’evento, al reale), perché l’attesa crea uno scarto insanabile e «ogni estraneo è un’attesa tradita. Ogni ospite sorprende la nostra impreparazione, e misura la nostra umanità sul tempo che intercorre fra la rinuncia alle rappresentazioni che l’hanno preceduto e il benvenuto sulla porta».


Ginevra Bompiani
L’attesa
et al., Milano 2011

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4 commenti su “L’attesa

  1. Pasquale Misuraca
    16 gennaio 2012

    Recensione perfetta. In primo piano c’è tutta l’opera, sullo sfondo tutta Stefania. Leggendola, ho immaginato, ancora una volta, Ginevra Bompiani che attende la reazione di Alberto Gajano. Alberto era ed è un filosofo, mio amico da 40 anni, che ha insegnato all’Università di Siena, collega e amico di Givevra (che non ho mai conosciuto). Alberto mi ha raccontato, anni fa, di un giorno, in un bar di Siena, e di Ginevra. Facevano colazione l’uno accanto all’altra. Lui come sempre aveva comprato ‘l’Unità’ giornale di partito e si disponeva a leggerladisciplinatamente da cima a fondo. Si assenta per due minuti dal tavolino comune, torna e trova la copia del giornale tagliata tutta in minute e precise strisce verticali. Ecco, mi immagino una volta ancora l’attesa di Givevra tra l’allontanamento di Alberto e il suo riavvicinamento, tra lo sguardo amichevole e lo sguardo estraneo. (Non si parlarono per anni. In attesa di riparlarsi, immagino.)

  2. Stefania Mola
    16 gennaio 2012

    Troppo buono, Pasquale. Se mi “vedi” sullo sfondo è perché – come sempre – questi sono appunti di lettura (davvero, annotati a matita a margine o in fondo al libro). Alle recensioni, quelle vere, rimando attraverso i links.

    [Grazie per il racconto di quanto accaduto in un bar di Siena. Illuminante, pensando al libro e a quella che l’autrice a distanza di tempo considera a tutti gli effetti “materia fumante” e inesaurita]

  3. Anna Maria Fabbri
    17 gennaio 2012

    Che bel post, Stefania, e che bella segnalazione! Un caro saluto. AM

  4. Stefania Mola
    19 gennaio 2012

    Grassie, cara labirintica amica (non perdo la speranza di tornarti a leggere, prima o poi). 😀

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Questa voce è stata pubblicata il 16 gennaio 2012 da in Eugenio Montale, Ginevra Bompiani, Ludwig Wittgenstein con tag .

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