Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Toccare i libri

Io sono un lettore à la carte: non so mai con precisione di cosa avrò appetito a pranzo o a cena.

Jesús Marchamalo, i libri e tutto un mondo di sollecitazioni sensoriali, ovvero la passione raccontata con ironia. Basterebbe per una estrema sintesi e tuttavia spalanca allo sguardo orizzonti senza misura, popolati da lettori e scrittori, dalle loro biblioteche e da annessi e connessi (ossessioni, manie e rituali) spesso proporzionali al numero di volumi posseduti e agli infiniti modi di ordinarli. Si parla di libri, ancora una volta, in questo breve testo nato da una conferenza e circolato per anni in modo carbonaro tra appassionati e addetti ai lavori prima di approdare agli onori della diffusione globale. Si parla del loro nascere come grande amore per finire ai limiti dell’incubo dopo aver creato irrisolvibili problemi di accumulo, gestione e smaltimento legati ad una irrefrenabile tendenza alla colonizzazione esclusiva degli spazi. Con la complicità e l’ammiccamento di chi insieme ai libri – e lontano dagli e-books – vuole condividere il fruscio delle pagine, le orecchie sugli angoli, le note a margine, le dediche più strampalate.

Cose – letteralmente – di un altro mondo («leggere ci trasforma in cittadini di un paese immaginario»), che avvicinano ogni lettore (del quale i libri delimitano il mondo, «individuando i confini sfocati e intangibili del territorio in cui ci muoviamo») alla fame e alla follia dei suoi autori preferiti (e tra quelli citati da Marchamalo ognuno troverà il suo) convincendolo della “normalità” di questo amore, eccessi compresi. Ammesso e non concesso che possa essere considerata “normale” la pessima abitudine di Cortázar (e di sua moglie) della quale si può sorridere senza essere necessariamente spinti all’emulazione: la leggenda lo vuole viaggiatore in Italia, negli anni Cinquanta, particolarmente attento a non appesantire il bagaglio, tanto da acquistare libri da leggere nelle varie stazioni; da leggere insieme, lui e signora, prima uno e poi l’altra, pagina per pagina strappata e passata di mano e infine eliminata dal finestrino. Tanto che Marchamalo si chiede dove sarà mai finita una simile biblioteca buttata dal treno e poi perduta, sospettando che possa non bastare ripercorrere i binari di mezza Italia per ricomporla.

Libri – si diceva – indispensabili o meno, da leggere o da possedere, e talvolta persino di cui disfarsi non prima di aver elaborato il proprio personalissimo criterio sulla scorta di quelli che – pure in modo improbabile – ci hanno provato (da Hesse a Perec, passando da Enzensberger e Vila-Matas e omettendo il Cortázar di cui sopra). Libri che disegnano un territorio comune e «sono le frontiere dichiarate del paese immaginario in cui ci muoviamo». Libri che creano empatia, solidarietà, ri/conoscimento tra simili, rivelando i lettori sin dagli scaffali: «i lettori che siamo adesso e quelli che siamo stati in passato, ma anche i lettori che avremmo voluto essere e che alla fine non siamo diventati», magari per tutta una serie di omissioni o smemoratezze confluite in quel fascinoso universo che potremmo indicare come la «biblioteca immaginaria dei libri dimenticati», madre di tutte le raccolte e punto di massima espressione di quell’«istinto di foresta» che rende i libri riluttanti nei confronti di qualsiasi ordine o classificazione dentro e fuori di noi.

Libri sgangherati e squinternati dalla nostra stessa vita, semplicemente da rileggere. Per provare l’ebbrezza della macchina del tempo, sopraffatti da appunti, macchie di caffè, bigliettini e fiori secchi, tracce di ciò che siamo stati e che tra le pagine sopravvive a nostra insaputa. E comprendere perché «Octavio Paz non riuscì più a riprendersi dall’incendio dei suoi libri. Perché insieme ai libri non erano bruciati solo storie, personaggi, luoghi. Insieme ai libri andarono in fiamme le dediche, le annotazioni a margine, gli errori corretti a mano. Insieme ai libri andarono in fiamme i pomeriggi di sole trascorsi a leggere, l’odore della carta, l’ordine sugli scaffali, le impronte degli amici a cui li aveva prestati».

Toccare i libri sottintende una reciprocità disarmante e – in tempi sempre più digitali – persino un’attitudine politicamente scorretta. Ma la vita – prima ancora della carta – ha un profumo e una pelle cui è difficile rinunciare. E una storia che un e-reader avrebbe difficoltà a raccontare.


Jesús Marchamalo
Toccare i libri
Ponte alle Grazie, Milano 2011

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Questa voce è stata pubblicata il 23 febbraio 2012 da in Jesús Marchamalo con tag .

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