Brave ragazze

Jamais fille chaste n’a lu de romans, et j’ai mis à celui-ci un titre assez décidé pour qu’en l’ouvrant on sût à quoi s’en tenir. Celle qui, malgré ce titre, en osera lire une seule page est une fille perdue.
(Jean-Jacques Rousseau, Julie ou La nouvelle Héloïse)

Tornano le donne che leggono, sempre più pericolose. Tornano a sfilare più fiere e audaci che mai, grazie al museo immaginario allestito anche questa volta dal medesimo curatore, ed anche questa volta – nell’edizione italiana – corredato da un’inutile prefazione nostrana. Mentre sono sufficienti le pagine firmate da Stefan Bollmann (evidentemente lettore “scafato” senza la necessità di proclamarlo) con un titolo accattivante preso in prestito da Menandro – chi sa leggere ci vede due volte – a catapultarci fascinosamente dietro le quinte di quel che accade nel libro.

Un rapporto ambiguo, quello tra il libro e le donne, che la cronologia delle immagini (prevalentemente “moderne”) rende inequivocabile. Donne che leggono dandoti le spalle e rubando il tempo alle incombenze canoniche, assorte nei loro pensieri o sigillate in un’intimità impossibile da raggiungere per chiunque volesse, languide o provocatorie nelle loro pose noncuranti del mondo, spavalde o concentrate – soprattutto su se stesse. Padrone del loro tempo. Roba da far accapponare la pelle a quell’illuminato di Maréchal, la cui Ragione voleva che gli unici libri delle loro mogli fossero i mariti, «libri viventi, ove giorno e notte esse imparino a leggere il proprio destino». Maréchal ignaro del fatto che un simile soggetto – letterario e pittorico – si sarebbe sempre più diffuso scrollandosi di dosso l’iconografia simbolica delle Madonne leggenti, gettando alle ortiche Bibbie e Libri d’Ore per appropriarsi di classici, lettere e semplici pizzini.

La grande rivoluzione sta però nelle lettrici di romanzi, che cercano la verità non più in una tradizione autorevole bensì nell’esperienza individuale, foss’anche quella della lettura. Il romanzo è donna, soprattutto quando lettrice: una realtà parallela che aiuta a capire meglio il quotidiano e i propri simili, con una declinazione al femminile direttamente proporzionale a quello che da tre secoli è il crescente desiderio di leggere sviluppatosi soprattutto tra le donne. Il romanzo corrompe la morale, poiché consente di entrare e uscire dalle storie come fossero abiti ma – soprattutto – permette (come in genere la lettura) di strappare all’indiscreto controllo altrui quella “stanza tutta per sé” in cui si coltiva l’assoluta libertà, si abbattono i limiti, ci si appropria del sapere.

Il fatto che «leggere in generale e leggere romanzi in particolare ha in sé qualcosa di anarchico» evoca – tra le altre cose – quell’Abbazia di Northanger in cui Catherine Morland dimostra come leggere romanzi possa dare alla testa e rendere incapaci di distinguere tra realtà e finzione, spianando la strada al peggiore dei luoghi comuni: che al “consumo” narrativo siano direttamente proporzionali vizi e perversioni esecrabili. È questo che rende (sempre più) pericolose le donne che leggono?

Certo è che accade soprattutto al genere femminile che una siffatta passione derivante dalla lettura sconfini irrimediabilmente nella patologia tragicomica (a don Chisciotte si finisce per perdonare, alla povera Emma Bovary no) tanto che Francesca Serra per amor di estrema sintesi chiamerà pornolettrice ogni esemplare dotato di fantasia spropositata, ogni lupa affamata costretta a vivere (anche nella finzione) alla continua ricerca di soddisfazione del suo istinto primario, ogni creatura semplicemente sensibile al piacere di cui il romanzo è portatore. Nessuno potrà restituire alla pornolettrice la sua innocenza, perduta attraverso il libro che la «precipita dentro una storia molto più grande di lei»: il consiglio è di staccare «i convenzionali quadretti di lettrici da tutte le stanze della vostra casa» meditando sulla miglior sorte che sarebbe toccata ad Emma Bovary se solo avesse ascoltato i consigli di Rousseau.

Dovessimo decidere di tenerli, i quadretti, quelli offerti dal libro di Bollmann ci seducono anche stavolta per temi e tipologie di lettrici: le erudite, le devote, le professioniste, quelle per le quali la lettura è un piacevole passatempo e quelle per cui diventa lusinga pericolosa. In quest’ultimo girone infernale scopriamo che il viaggio al femminile gode delle medesime controindicazioni della lettura: perché tanto leggere quanto viaggiare crea una distanza fra se stessi e le proprie origini, solco che si allarga con la libertà di “muoversi” (dentro e fuori metafora) alla volta di mondi nuovi e sconosciuti. Morale della favola? Che le lettrici, più che essere pericolose, vivano pericolosamente. C’è spazio per un sequel di prim’ordine, caro Bollmann.


Stefan Bollmann
Le donne che leggono sono sempre più pericolose
Rizzoli, Milano 2011

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3 pensieri su “Brave ragazze”

  1. Ciao Stefania,
    ho letto con curiosità… tutta femminile! Proprio l’altro giorno mi faceva sorridere la frase ‘[...] sua moglie, che lui considerava un po’ stravagante per l’eccessiva soddisfazione che le dava il leggere [...]‘, tratta da Il canto delle sirene di Maria Corti. Queste riflessioni mi facevano pensare ad una storia di famiglia, di molto molto tempo fa, quando alle donne era preclusa la cultura, e c’era perfino ‘il sospetto’ della cultura in un cervello femminile. All’ennesima provocazione dell’insegnante, in un ginnasio di provincia, l’unico che l’aveva accettata, la trisavola lanciò inchiostro e calamaio in faccia al docente (ahimè un sacerdote) e fu, come prevedibile, bollata ed esclusa da tutti i licei del Regno! ‘Femmine pericolose’… e che agiscono pericolosamente!
    Invece dovessi scegliere un’immagine, mi è sempre piaciuta la copertina del libro Il dolore perfetto di Riccarelli. Una foto antica, una donna severa, libro in mano e fronte concentrata, ‘caos calmo’, quasi una vera bomba ad orologeria.
    Un saluto: Maria Rita

  2. Cara Maria Rita,
    non ci resta che sorridere (per non piangere) di fronte a quel sospetto. Sorrido pensando a mia nonna, classe 1898, donna colta e indipendente ancorché nata e cresciuta in un paesino delle Murge, maestra elementare di cui mio nonno si innamorò (lui 21 anni, lei 33) sposandola e – appena sistemato – “costringendola” di fatto a rientrare nei ranghi di moglie e madre. Senza più la “necessità” (disdicevole?) di un lavoro, soprattutto di tanto tempo coltivato tra le pagine dei libri. Lui ne andava fiero, lei credo ne abbia sofferto non poco, anche se le sue letture e la sua cultura sono state innestate a figli e nipoti con caparbietà e dedizione.
    Non so, ma ho l’impressione che tutte queste immagini restino ancor oggi cristallizzate in una dimensione “mitica”, ché nella realtà non c’è neppure bisogno di vietare alle donne di accostarsi a un libro: spesso – e le aspirazioni medie e diffuse lo confermano – è una libera scelta coltivare strade più facili e l’illusione (triste) che l’obiettivo di tutta una vita possa essere il soddisfare bisogni diversi, più materiali e lontani anni luce dalla libertà di pensare e agire con la propria testa (beneficio che solo la “stanza tutta per sé” – uomo o donna che si sia – riserva ancora, intatto). Ma all’interno dei “generi” un uomo – che legga o no – riesce comunque ad appropriarsi dei fili e dei burattini; una donna – che non legga – finisce per essere pericolosa per sé e per le sue simili che invece lo fanno.
    Sigh!

  3. Quant’è vero ciò che dici! Proprio per questo è più inconcepibile l’ignoranza oggi rispetto a ieri quando anche la cultura era una conquista, come l’indipendenza. Ma, ahimé, il rischio è proprio nella tua conclusione!

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