Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Ragionevoli subbi

La Ragione vuole che le donne contino le uova nel cortile e non le stelle nel firmamento.

Si diceva – nel post precedente – dell’illuminato Maréchal e dei mariti «libri viventi» per mogli pacificate e dedite solo al fuso e alla conocchia. Solo uno dei deliri del progetto di legge di cui il nostro si fece promotore considerando «quante devastazioni causano i romanzi e le opere di devozione nel tenero cervello delle donne» nonché «i gravi inconvenienti derivanti, per entrambi i sessi, dal fatto che le donne sappiano leggere». Uno dei tanti, come è facile (e istruttivo) cogliere scorrendo il testo e, soprattutto, le premesse.

Tra le cose più esilaranti di questo programma, basato sull’auspicio che «le donne, nubili, maritate o vedove, non ficchino mai il naso in un libro, né impugnino mai una penna», c’è il fatto di nascondersi dietro accorati e ripetuti appelli alla “Tradizione” e alla “Natura”  ed un lungo preliminare elenco di «considerando» nel quale ha la peggio un certo numero di donne colte, intellettuali, scrittrici e filosofe additate dal meschino come esempi (da non imitare) di ostacolo alla realizzazione della società perfetta: quella in cui gli uomini fanno gli agricoltori o i pastori e le donne filano la lana. Seguono un’ottantina di articoli sostenuti dalla dea Ragione che di volta in volta dichiara, vuole, non vuole, soffre, disapprova, raccomanda o proibisce qualcosa, in un crescendo delirante di paura e sgomento tutto al maschile.

Alibi dopo alibi, spulciando tra le righe, ritornano tutti i possibili luoghi comuni, vecchi e nuovi: dalla «vita matrimoniale messa a soqquadro dalle ambizioni intellettuali» (che fa il paio con la casa in cui regnano «lo scandalo e la discordia quando la moglie ne sa quanto o più del marito») ai «dolci e sacri doveri» della «brava ragazza, brava moglie e brava madre» cui la «qualifica di donna che sa leggere» nulla aggiunge; passando per «quanto è ridicolo e rivoltante vedere una ragazza da marito, una donna di casa o una madre di famiglia che infilano rime, imbastiscono parole o si macerano sui libri, mentre la sporcizia, il disordine e la privazione regnano in tutta la casa». Viene da pensare che in ogni epoca (compresa la nostra) alcuni uomini, più che di una compagna di vita, abbiano bisogno semplicemente di una governante-badante e non abbiano il coraggio di dirlo espressamente…

E nondimeno è esilarante che la pubblicazione di questo libretto – oggi – susciti nella comunità dei lettori persino sdegno o risentimento: intanto credo che queste pagine vadano lette sapendo chi è stato Sylvain Maréchal e quale fosse il contesto – per quanto “illuminato”. Un contesto di fermenti di uguaglianza dove alcuni sono più uguali degli altri (e non certo l’imprudente paladina dei diritti del gentil sesso Olympe de Gouges che ci ha rimesso la testa). Un contesto di progressive paure e arroccamenti (da parte di certi uomini) per non cedere sul terreno del potere a costo di contraddire le ragioni stesse della Ragione illuminata. Un contesto in cui la sottomissione delle donne in ambito domestico (con la soglia della casa paterna come confine del loro impero) corrisponde a quella in ambito politico-sociale, indicando che nonostante i proclami di egalité i tempi – per loro – sono tutt’altro che maturi.

Ma, come mi è capitato di suggerire altrove, perché prendersela con Maréchal, che ha fatto il suo mestiere, ovvero il figlio del suo tempo, spirito provocatorio incluso? Senza saperlo, dopo la lettura ero arrivata alle stesse conclusioni che il curatore Enrico Badellino suggeriva dietro il titolo Il pisolino della ragione (un interminabile abbiocco privo di mostri, ma anche di sogni). Non è forse vero che oggi, anno di grazia 2012, questa proposta di legge sia ampiamente superata (e non per i motivi che la nostra “indignazione” suggerirebbe)?

Come insegnano i Grandi Fratelli, gli Amici, le Veline, le Olgettine, le Belene, le igieniste della domenica e buona parte dei nostri governanti (padani, predoni o predellini che siano) per avere “successo” non è assolutamente necessario imparare a leggere (a scrivere, a parlare, a pensare) o promulgare una legge che vieti di farlo. A più di due secoli dal sogno di una società agro-pastorale perfetta e dall’auspicio di una «adorabile ignoranza» tutta muliebre, il terribile e assurdo spauracchio di un progetto fallito e di un’imposizione “illuminata” impallidisce di fronte a quella che, da tempo, è diventata democratica ed equanime «ignoranza unisex» ovvero libera scelta della propria definitiva imperfezione al di là di ogni ragionevole subbio.


Sylvain Maréchal
Progetto di legge per vietare alle donne di imparare a leggere
Archinto, Milano 2007

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Questa voce è stata pubblicata il 25 maggio 2012 da in Sylvain Maréchal con tag .

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