Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

L’incontro

Qui si narrano le storie impolverate di vecchi che dopo cena accostano le sedie della cucina ai muri in strada per raccontare, si narrano i santi e i patroni di un angolo di provincia remoto ma dal sapore riconoscibile, si narra di liturgie popolari che riempiono le narici di incenso.

Nella vita di molti di noi, soprattutto di quelli che sono stati bambini prima dei videogiochi, della Playstation e dei cartoni animati giapponesi, ci sono stati lunghi pomeriggi di giochi all’aria aperta dentro il frinire di cicale, interminabili estati di corse in bicicletta, di ginocchi sbucciati, sfide di abilità tracciate sull’asfalto con pietre e gessetti e vincoli solidali suggellati dall’annullamento dell’identità maschile/femminile e da margini di libertà inimmaginabili – oggi – dentro l’effimero miraggio impigliato nella rete social.

Da questi giochi di strada estivi (giochi di una «comunità infantile sbilenca e provvisoria» e strada come «trama aperta» terra di tutti e di nessuno, dove i vecchi trascinano le sedie alla sera per spostarsi nel territorio del racconto) prende l’avvio L’incontro, il racconto lungo di Michela Murgia che da diverse settimane resiste in libreria e nei battibecchi della critica. Una serie di recensioni inclementi lo ha di fatto bocciato, bollandolo come operazione editoriale infelice che riprende, rielabora e allunga – senza migliorarne la sostanza – il racconto dal medesimo titolo comparso lo scorso anno tra gli “Inediti d’autore” del Corriere della Sera.

Premetto d’essere all’oscuro di questa versione originaria, che sarebbe stata appesantita, snaturata e spezzata nel suo armonico fluire da una sorta di cura ingrassante tesa a farla “stare sul mercato”. E nonostante ciò, mi permetto di dissentire dai giudizi troppo severi, quelli che rimproverano all’autrice di aver pasticciato l’idea iniziale sviluppando un temino insipido e anonimo, sommando due storie sostanzialmente diverse – che avrebbero potuto vivere di luce propria, evitando l’impressione di disomogeneità narrativa e stilistica; o di rivolgere caparbiamente l’attenzione al passato, quasi adombrando una sorta di disimpegno in favore di vecchi schemi, vecchio stile e desuete ritualità.

Eppure questa storia di «fratelli di biglie» e «sorelle di libellule» a me è piaciuta. Questa storia di gruppi e di confini imbastita intorno ad una comunità autoreferenziale per la quale l’alterità è minaccia di dissoluzione. Questa riflessione intorno al noi («una parola che tutte le bocche declinavano in continuazione come fosse la spiegazione stessa del mondo») e al presente plurale più potenti dell’io di Maurizio, ragazzino «figlio unico, educato dalla solitudine a diventare per sempre l’unica misura di se stesso».

Mi piace anche anche questa scrittura a tratti sorniona e divertita, a suo modo trasgressiva perché indolente nell’adeguarsi a tempi che rivendicano la verità assoluta e la dispersione dilagante e orizzontale dei sentimenti. Invece l’autrice si aggrappa alla verticalità di radici che se ne fregano della presunta inadeguatezza ad affrontare il presente, qui e ora. Come se si potesse essere più “preparati” scavalcando o ignorando il senso delle cose che nasce dal riconoscerle “essenziali”. Come se questa “essenzialità” fosse sinonimo di imperdonabile fragilità. Certo, la trama è fragile, ma il senso non sta dove te l’aspetti.

A partire dal titolo, ambivalente e ambiguo, spiegato dal convergere rituale di due processioni pasquali nella piazza maggiore ma diluito – per contrappasso – in ogni piega di questa storia di sponde, parrocchie, età della vita e appartenenze. E risolto proprio dal vincolo di carne e d’anima con «l’antico amico di giochi» nato sulla strada. Passando per i luoghi dell’infanzia che l’anagramma Crabas dissimula ma fa più veri, per i «plurali diversi» che rinsaldano una comunità e forgiano l’identità in nome di un comune respiro, per il riconoscimento del “noi” legittimato dall’esistenza del “loro”: quello che noi non siamo, secondo un antico senso di appartenenza che si scontra con l’estraneità e l’esclusione.


Michela Murgia
L’incontro
Einaudi, Torino 2012

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4 commenti su “L’incontro

  1. valigiesogni
    14 settembre 2012

    Mi piace questa riflessione. Neppure io ho letto la breve versione originaria ma confesso che mi ero lasciata influenzare negativamente dalle recensioni che hanno stroncato L’incontro. Invece, penso proprio che leggerò questo libro. Grazie.

  2. Stefania Mola
    18 settembre 2012

    Mi prendo la responsabilità di questo tuo ripensamento… 😀
    Ma resta pur sempre un punto di vista personale 🙄 [grazie a te, carissima].

  3. Anna Maria
    12 ottobre 2012

    Dovrò decidermi a leggere qualcosa della Murgia, magari comincio da questo-

  4. Stefania Mola
    14 ottobre 2012

    Mah, forse ti direi di leggere prima Accabadora (ma proprio perché sei tu) 😀

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Questa voce è stata pubblicata il 13 settembre 2012 da in Michela Murgia con tag .

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