Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Aestŭs

Era l’ultimo fine settimana di settembre ma in Salento l’estate non voleva morire.
Allora l’ho portata nelle campagne di Specchia, dove la brezza si carica di rosmarino, mirto e lentisco, e i melograni gonfi di frutti ospitano – all’alba e al crepuscolo – sussurri e frulli d’ali che in breve tempo si trasformano in battibecchi condominiali. Fino a che la luce non vince le ultime resistenze, o viceversa la notte, lucida come il più prezioso dei sigilli.
L’ho portata sulla spiaggia deserta di Ugento – 36 gradi postmeridiani – tra scheletri di lidi e di approdi, appallottolando gli abiti come chi si concede a tutti gli effetti un fuori programma, a contare i gusci restituiti dalla risacca e a rimanere a mollo in una trasparenza d’acque che stordisce, tanto breve è diventata la distanza tra il sole ancora alto e il buio pesto.
L’ho portata al porto di Tricase che era già notte, e se la barca Anime Sante non porta pesce non si mangia, ma stavolta è una festa di ricciole e argentini e l’aria è così tiepida e umida e dimentica che quasi pare che il tempo si sia fermato, e le stagioni non cambino più da quanto tempo non so.
L’ho portata a Finisterre, perché rituale – come ogni anno – fosse il sacrificarla nell’abbraccio dei due mari e l’ultimo lembo emerso propizio a disperderla con una raffica di meltemi di passaggio.
Non sapevo più che fare, per farla morire. La strada del ritorno è stata una lunga risalita di qualche cirro e luce morbida, paesi e città sgranati uno ad uno come in un rosario accorato, lento incedere e ancor più lento pensare, senza parole. Ai piedi della città bianca il mare di olivi ondeggiava d’argento e d’ombra, come un presagio.
È buio da un pezzo, e il meteo – adesso, in città – mi dice di una pioviggine lieve. Scosto le tende, apro la finestra, ma non è vero.

Ci sono i colori della luce e i colori dell’ombra, gli uni chiamano gli altri come i vivi chiamano i fantasmi. Gli uni fanno delle domande e gli altri stanno molto distanti e rispondono con echi deformati e questi ascoltano le loro risposte profetiche ed ecco che li sentono vicini a loro. […] I colori dell’ombra partecipano del colore dei loro oggetti, in quanto luce e in quanto ombra, ma non sono i colori dell’oblio. I colori dell’oblio sono quelli che si scolorano, si perdono e si sottraggono tramutandosi in altri e trattengono in sé il ricordo di una sopravvivenza debole che si dà al momento di una sparizione. L’oblio non è un rimpianto, è un respiro aritmico, un sospiro che sarebbe l’ansia di un venir fuori e anche di uno stare lì, il «fifotar» (il piagnucolare) – può dire il poeta Zanzotto – di un colore rinchiuso per essere liberato in un altro contenuto nel primo. Una beltà non persa ma lasciata perdere a qualsiasi prezzo dai sensi. I sensi si sono come rivoltati su se stessi tenendo dentro le proprie esteriori virtù: questo è anche il senso orientale del sabi che apprezza lo scoloramento, l’usura morbida e graduale, il buon invecchiamento di ciò che scopre più intimamente la propria densità materiale e la silenziosa saggezza, per guarire dall’entusiasmo e dalla voglia di novità.

(Manlio Brusatin, L’arte dell’oblio)

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Questa voce è stata pubblicata il 1 ottobre 2012 da in Manlio Brusatin con tag .

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