Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Quel tempo impuro

«Una società impregnata di letteratura è più difficile da manipolare da parte del potere, è più difficile da sottomettere e da ingannare»: a margine di un breve – ma serratissimo – dialogo tra due dei più importanti intellettuali e scrittori contemporanei, mentre affrontano i rapporti tra letteratura, cultura, società e politica, indugiano sul viaggiare e il raccontare dell’Ulisse omerico e riflettono intorno ai possibili compiti della letteratura – tra i quali s’impone il far sentire «la necessità avventurosa di creare ogni volta un nuovo mondo» nonché quell’inquietudine «con la quale torniamo nel mondo dopo esserci confrontati con una grande opera letteraria» che fa di noi «cittadini critici, indipendenti e più liberi».

A margine mi tornano in mente le rovine di Augé e quel tempo (“puro” e divoratore) ridotto a mera durata, che sfugge alla storia e alla vita per risvegliare la «coscienza della mancanza». Mi tornano in mente per l’improvviso sovrapporsi – ai miei occhi – dell’osservatore di rovine e della figura del narratore che – osserva Magris incalzato da Vargas Llosa – pur consapevole che tutte le misure del tempo non sono arbitrarie, bensì utili – anzi necessarie, e «pur vivendo come tutti nel tempo consueto, cerca un altro tempo», “impuro” perché contaminato dalla vita.
A volte trovandolo – a dispetto della grammatica e del “tempo unico” sciaguratamente imposto dalla contemporaneità.

Italo Svevo si lamentava che la grammatica non mettesse a disposizione alcun tempo verbale che permettesse di narrare veramente la vita. La grammatica, egli diceva, ha solo “tempi puri”: il presente, l’imperfetto, il futuro e così via; anche in lingue diverse esistono tempi diversi, ma sempre precisi, puri, espressione di una sola dimensione temporale. Svevo cercava invece quel tempo “impuro” che è il tempo della vita: quello in cui io vivo adesso ricordandomi di qualcosa del passato, che non è solo un ricordo, come ad esempio un numero di telefono, ma è qualcosa (un evento, una passione) che cambia e mi cambia, nel momento in cui lo sto ricordando, rendendomi un po’ diverso e diventando esso stesso un po’ diverso nell’istante in cui lo integro nuovamente in me, mentre al tempo stesso io mi proietto nel futuro sporgendomi in avanti e portandomi dietro cose lontane divenute nuovamente vicine e quindi, in una certa misura, un po’ differenti.


Claudio Magris – Mario Vargas Llosa
La letteratura è la mia vendetta
Libellule Mondadori, 2012

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7 commenti su “Quel tempo impuro

  1. Pasquale Misuraca
    25 ottobre 2012

    Leggere-e-scrivere, come vivere-e-morire, sono cose che valgono la pena: a-coppie: da sole non valgono la pena.

  2. irenespagnuolo
    29 ottobre 2012

    La letteratura è la mia vendetta?
    😉

  3. Stefania Mola
    1 novembre 2012

    @Pasquale
    Uhm… tra le cose che valgono la pena il morire non mi convince mica. Che è poi l’unica cosa che ti tocca sperimentare nella più assoluta solitudine, un po’ come il venire al mondo 😉

    @irenespagnuolo
    Direi di sì. Magari per eccesso di legittima difesa (ricorrere alla letteratura per cercare di cambiare il mondo prima che sia lui a cambiare te), ma pur sempre una bella vendetta 😀

  4. Pasquale Misuraca
    1 novembre 2012

    Stefania, morire è come dormire, vivere è come vegliare. Io adoro vegliare, anche da solo – come mi hanno insegnato Gesù e Kafka – e adoro morire, anche da solo – come mi hanno insegnato Eftimios e Socrate..

  5. Stefania Mola
    1 novembre 2012

    Ognuno muore solo, caro Pasquale. Non solo Eftimios e Socrate, persino Gesù.

  6. Pasquale Misuraca
    1 novembre 2012

    Vero. Verissimo. Di Gesù mi ha colpito da sempre l’assoluta solitudine. Chi gli è stato amico? Intuisco che gli è stato amico Giuseppe, suo padre, che ha rimpianto tutta la vita breve. Io, per fortuna, ho avuto ed ho grande amici. Anche di questo ti ringrazio, Stefania. Pasquale

  7. Pasquale Misuraca
    1 novembre 2012

    Quanto ad Eftimios, Stefania, non è morto no in solitudine. Eftimios non ha conosciuto la solitudine. Non è morto solo. Io sono morto con lui. Io gli sono sopravvissuto per farlo sopravvivere – nessuno di quelli che lo conoscono o lo conosceranno saranno più soli.

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Questa voce è stata pubblicata il 25 ottobre 2012 da in Claudio Magris, Marc Augé, Mario Vargas Llosa con tag , .

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