Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Controstoria dell’arte

Mi sa che la storia dell’arte è fatta di cancellazioni, di superamenti, di rinnegamenti. Di annichilimenti degli antecedenti, di accidenti scagliati dai figli contro i padri.

L’antefatto è Il suicidio dell’arte, vero manuale del pensare con la propria testa e manifesto di un artista da sempre “contro”. Questo invece è un viaggio rapidissimo che dura 28 capitoli ma si legge d’un fiato grazie anche al fuoco di fila di humor e giochi di parole nel quale, al di là dell’evidente volontà dell’autore di esprimere in ogni modo un giudizio dissonante, tra il serio e il faceto le cose vengono dette esattamente come stanno.

L’invito è a guardare con i propri occhi l’intera parabola dell’arte attraverso una lettura “altra”, priva di imposizioni di sorta – soprattutto quelle della critica ufficiale – e dei più radicati luoghi comuni. Dai graffiti alla Street Art, dall’arte delle caverne (dove tutto, anche il gesto, era creativo, e «la creatività era l’unica forma di sopravvivenza», «la meraviglia una prerogativa del lavoro» e «lo straordinario germogliava da ogni gesto materiale») alla separazione della creatività stessa dal suo alto tasso di utilità, fino alle moderne installazioni (o istallazioni?).

L’arte è imprescindibile rispetto al complesso percorso delle vicende umane, laddove l’uomo non sarebbe sopravvissuto senza  creatività, fin dalla notte dei tempi, quando «l’atto artigianale coinvolgeva tutti i sensi in maniera totale. Era preghiera, strumento di educazione, emancipazione dall’animale che vive intorno e dentro di noi. Era un dato collettivo e connettivo. Era un collante sociale». Finché l’equilibrio si è spezzato, e l’arte si è trasformata in un mondo impenetrabile e inespugnabile, bisognoso di intermediari, ministri, decrittatori:

L’arte, da quando si è separata dal proprio utilizzo materiale, ha cominciato a vagolare in un limbo confuso, circonfuso di un’aura lontanante, straniante, deviante. Come se non fosse di per se stessa appannaggio dell’intero genere umano, ma solo terreno per gli esercizi di stile di una élite intellettuale. Un’élite altrovizzata, mitizzata perfino, ma decisamente staccata dal concreto. Da collante determinante tra l’essere e il non essere, tra cielo e terra, tra fare e immaginare, l’arte si è cristallizzata in una forma alienata dove i sacerdoti non permettono l’accesso se non ai devoti più fidati. Tutti gli altri vengono considerati semplice pubblico pagante e adorante. E, se il pubblico non si adegua, viene subito bollato come rozzo, antiquato, non aggiornato, retrodatato e retrocesso fino al pleistocene inferiore.

La proposta di Echaurren capovolge il punto di vista tradizionale, con la storia artistica vista da un’altra angolazione e condita dal’irriverenza nei confronti dello stra/potere del pre-giudizio imposto dall’alto. Contro la spoliazione perpetrata ai danni delle ricchezze dell’antico Egitto (alle quali la musealizzazione ha sottratto la capacità di dialogare con l’aldilà). Contro la grandeur dei Romani scippata ai Greci e la monumentale bidimensionalità dei mosaici ravennati («Una monodia. Una monotonia piena di splendore»). Contro i corpi anabolizzati e geneticamente modificati che popolano la Cappella Sistina. Contro il Medioevo buio e tempestoso e perciò a favore del suo tripudio di luci e colori, per cui il dispregiato “Gotico” diventa «avanguardia pura che mirava alla conquista delle stelle» e i suoi cieli dipinti «di un oro mentale, concettuale, immateriale».

E contro – naturalmente – il potere (fuorviante) dei mediatori (i critici), quell’«erudizione al potere» che il Futurismo tentò di abbattere con l’intuizione (ardita) che l’empireo dell’arte fosse alla portata di tutti: nel frattempo abbiamo creduto al mondo fittizio, al candore e al rigore dell’arte classica («Uno stato d’animo esangue, estenuato, anemico, endemico […] Rigor mortis da ultime lettere di Jacopo Ortis») che invece era un caleidoscopio di colori al limite del kitch («Il Partenone era un baraccone blu-rosso-verde…»), subìto passivamente una lunga lista di capolavori frutto di regole del gioco prestabilite – e mai condivise – nonché tardato ad accogliere con adeguata sensibilità il nuovo, futurista, cubista o altro che fosse.

Mediatori, criteri di conservazione ma anche false avanguardie e artisti dalla scorciatoia facile: nel mirino di Echaurren finiscono sia il giudizio solenne – quanto inopportuno – che ha reso difficile la vita agli Impressionisti (perseguitati dalla «nomea di ciecati, di talponi menomati, di sfigati con poche diottrie. Di sfocati»), sia il delirio per il ready-made alla Duchamp, incapace di sporcarsi le mani con la materia e la fatica del pittore. Per la gioia del comune mortale, quello che rivendica l’incomprensibilità dell’arte contemporanea tuttavia esaltata dai critici al grido di «un’istallazione non si nega a nessuno». Istallazione o installazione? Uno dei capitoli più esilaranti del libro: un ribaltamento di senso che prende atto di quanto non sia più l’opera a nobilitare il contesto bensì quest’ultimo (il contenitore mediamente prestigioso) a dare forma al nulla.

Una lettura per divagare ma anche riflettere su quanto e come l’arte sia stata progressivamente svuotata del suo ruolo spianando la strada ad un contrappasso immeritato e prolifico di pericolose derive: ché a furia di elitari arroccamenti non resta che lo scoop, il sensazionalismo, il grande evento e l’illusoria padronanza di una materia svaporata nel puro intrattenimento e ormai lontanissima dall’educazione individuale e collettiva. E dalla vita.

L’artista cominciò a gettarsi nella mischia […] in quanto maledetto fa il suo ingresso in società […] cerca legittimazione in altro loco […] nasce l’artista d’avanguardia […] poi quello che si crede un padreterno […] infine torna al suo ruolo di imbonitore, d’intrattenitore mezzo mostro sacro e mezzo giullare. In primis deve far divertire. […] Ma una volta comunque esisteva, nel bene e nel male, il mestiere, la perizia dell’artiere, il “ben fatto”. Ciò valeva per un letto, per un boccale o per una cattedrale. […] Purtroppo quelli che si atteggiano a potenti fari nella notte spesso e volentieri non sono altro che banalini di coda.


Pablo Echaurren
Controstoria dell’arte
Gallucci, Roma 2011

Annunci

2 commenti su “Controstoria dell’arte

  1. Cristina
    21 novembre 2012

    Fantastica, come sempre.
    Il gruppo FB “Chi mi racconta un’opera d’arte” ti segue sempre con piacere.

  2. Stefania Mola
    21 novembre 2012

    Mondié, che responsabilità! Vorrei tornare a divertirmi scrivendo di più, come un tempo, ma tu conosci il “dietro le quinte”… (questo post l’ho buttato giù stanotte all’una e mezza, e ora – dopo quattro ore di sonno – ho la faccia che mi merito).
    Bacio grande 😀

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 21 novembre 2012 da in Pablo Echaurren, Tomaso Montanari con tag .

Sto leggendo (o rispolverando)

I libri che ho appena letto:
Stefania's book list (read shelf)

Inserire il proprio indirizzo email per iscriversi a questo blog ed essere avvisati via mail della pubblicazione di nuovi articoli.

Segui assieme ad altri 115 follower

Pagine sfogliate da

  • 146,322 lettori squilibrati

Tanto per contare…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: