Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Dentro

bonvissuto_dentroSempre più spesso di fronte ad un’opera prima mi capita di leggere: un esordio folgorante. A farci caso è l’aggettivo più ricorrente, che non lascia spazio a cautele o mezze misure. Probabilmente sbagliando (ma di mancate folgorazioni è lastricata la giornata di ogni lettore volenteroso e testardo, almeno da quando la via di Damasco si è fatta pericolosa), scattano dentro di me tutti i possibili meccanismi di difesa: diffidenza, sospetto e automaticamente necessità di andare oltre il sentito dire (la critica più o meno autorevole, i megafoni dei gruppi editoriali, gli amici degli amici del fortunato esordiente o più semplicemente le affollate comunità di lettori del web). Nonostante i vent’anni abbondanti di lavoro sul campo, l’universo dell’editoria mi riserva ancora molti lati oscuri – o forse no.

Quando qualche settimana fa ho chiuso Dentro, ad esempio, mi sono resa conto di non essere stata folgorata, nonostante i buoni auspici di una sontuosa edizione da Supercorallo non comune tra gli scrittori di primo pelo (e agognata dalla maggior parte di quelli di lungo corso). Qualcosa di buono c’era, ma nel complesso la lettura era stata infastidita da una serie di note stonate (di varia natura e qualità). Tengo a precisare che quando questo accade, tendo a dare la colpa a me medesima sospettando di non saper leggere, nonostante tutto.

Comincio dalle cose belle e dai sentimenti elementari, ovvero da cosa mi ha positivamente colpito, e chiudo con ciò che non mi torna. Innanzi tutto va detto che Dentro non è un romanzo, né per struttura né per coerenza, bensì la sequenza a ritroso di tre momenti esistenziali il primo dei quali, intitolato Il giardino delle arance amare, occupa più della metà del volume sbilanciando le intenzioni. Il titolo del libro, che sembrerebbe a prima vista tagliato proprio sulla misura del primo atto (fin troppo facile: si parla e si riflette di galera, di muri invalicabili e di forme architettoniche del male assoluto), va probabilmente riletto anche alla luce degli altri due: dentro non solo un luogo, ma anche se stessi.

Quel luogo, nelle prime 90 pagine, è dunque un carcere, «dove il futuro non è previsto e il presente è sbriciolato», dove la prima immagine offerta è quella delle impronte digitali consegnate insieme agli effetti personali e alla propria identità, e l’ultima quella di mani vuote e destinate a restare senza quel marchio identitario per sempre. Si varca la soglia e progressivamente, nel passaggio da una stanza all’altra, il niente conquista lo spazio degli oggetti fino ad arrivare al vuoto, figura di quel male che l’edificio rappresenta in sé e cancro che corrompe persino gli scaffali della biblioteca, stanza di mobilio deserto e archivio di un solo libro.

Dentro è più visibile ciò che succede fuori, come solo dall’ombra si ha cognizione della piena luce. Ma dentro i panni non si asciugano, perché la luce della luna non scalda come il sole. E in carcere il sole tramonta assai prima. Gli spunti di riflessione sono molti, e indubbiamente in queste pagine l’autore affronta lo scenario con una spiccata tensione alla profondità, tratteggiando soprattutto la complessa rete di rapporti umani con quell’attitudine che i risvolti di copertina chiamano “da speleologo dell’esistenza” (e qui non nascondo che l’espressione mi sembra esagerata, ma vuol rendere l’idea).

In tutti e tre i racconti è il sentimento del tempo – smisurato, perduto, tiranno e ingovernabile – a tracciare il solco della contiguità ma anche della separazione, ma soprattutto è l’amicizia, il legame o la condivisione profonda con un proprio simile, il filo rosso e la circostanza che accade per caso, senza essere scelti; senza alternative, senza gradazioni, assoluta nell’infanzia, necessaria in carcere. Il legame e la condivisione che nelle quaranta pagine de Il compagno di banco – dove «pensare per due diventa l’unico modo di pensare» – alimentano il “sentimento plurale” suggerito dalla scoperta del noi: echi fin troppo scoperti di quella Michela Murgia da cui Bonvissuto prende in prestito anche la dimensione di un’infanzia che «non ha case, ha strade» e se ne infischia della «dittatura del tempo».

Strade da imparare a dominare magari pedalando, non prima di un vero rito di passaggio che impone sulla scena le figure della madre e del padre, con i loro ruoli e le rispettive reciproche distanze. Una filosofia della bicicletta a tratti inverosimile, vera e propria nota stonata soprattutto nelle poco più di trenta pagine dell’ultimo atto (Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta) che si vorrebbe filtrato dagli occhi di un bambino. Il surreale dialogo finale tra padre e figlio, per quanto intimo e immaginato – più che reale, avrebbe richiesto parole più semplici, esattamente come prescritto dallo stesso autore altrove: «Il problema è che alla gente piace interpretare i libri, invece dovrebbe fare esattamente quello che c’è scritto e basta».

Diciamo che sarebbe bastato il primo racconto, il più articolato e coerente. Gli altri due, benché il lettore sia avvertito, risultano slegati da quello che vorrebbe essere un viaggio a ritroso nella vita dello stesso protagonista, senza appiglio e senza peso rispetto ad uno svolgimento almeno equilibrato. E poi… guardi le pagine e cogli una rapida successione di pacchetti di testo e spazi bianchi, e insomma, trovo sempre più difficile adeguarmi ad una scrittura – così in voga – che vuole apparire icastica ma ha solo il respiro spezzato, un ritmo eccessivamente cadenzato, frasi troppo brevi o poco articolate in una costruzione prevalentemente paratattica ma anche ridondanze da citazione dissimulata e diffusa, al limite dello sfoggio. Se poi a questa “cifra” si aggiunge un insistente filosofare a sigillo della riflessione… Per quel che mi riguarda, è come se l’io narrante volesse deliberatamente aumentare le distanze – o guardare troppo «dall’alto un’esistenza per postillarla con pensieri vivi», secondo quanto recita l’aletta della sovraccoperta  – ma fosse alla fin fine privo di emozioni o incapace di comunicarle al lettore, come accade a chi resti prigioniero della tecnica o rincorra la perfezione a scapito della scintilla che incendia la fantasia. Tanto da non emozionarmi minimamente. Un difetto di trasmissione, forse (o un editing troppo invasivo?), che rende stucchevole persino la ragione per cui il primo pezzo ha nel titolo le arance amare che «non servono a niente eppure esistono».

Ma anche un difetto di comunicazione, da parte di chi, nella casa editrice, ha scritto con eccessiva enfasi le due bandelle di questo esordio in linea con la gran parte degli esordi, più terrestre che alieno (e per fortuna: è almeno dall’opera seconda, non dalla prima, che si può osare sperare in un capolavoro). Augurando all’autore che in futuro trovi la sua “cifra” per via di levare, rinunciando con più coraggio non alla ricchezza della lingua bensì alla tentazione dell’accumulo di senso; e restituendoci davvero ciò che è essenziale.

[In una già gloriosa casa editrice dove prima di scrivere le bandelle bisognerebbe rileggere semplicemente le bozze, almeno per evitare di trovare per due volte i carceri dove non ce n’è bisogno. A me Bonvissuto sta simpatico a pelle: trovo che sia quasi totalmente innocente].


Sandro Bonvissuto
Dentro
Einaudi, Torino 2012

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2 commenti su “Dentro

  1. CINCI
    4 dicembre 2012

    “echi fin troppo scoperti di quella Michela Murgia da cui Bonvissuto prende in prestito anche..”
    L’INCONTRO E’ USCITO IL 12/06/2012, DENTRO IL 22/05/2012, FORSE INTENDEVI DIRE IL CONTRARIO

  2. Stefania Mola
    4 dicembre 2012

    L’incontro, come tutti sanno, è uscito in prima battuta nell’estate del 2011 nella collana “Inediti d’autore” del Corriere della Sera.

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Questa voce è stata pubblicata il 30 novembre 2012 da in Sandro Bonvissuto con tag .

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