Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

A cosa serve Michelangelo?

a_che_serve_mL’idea che non siano Giotto, Donatello, Michelangelo o Bernini a dare valore alla nostra esistenza, ma che, al contrario, siano le nostre iniziative, le nostre mostre, a «valorizzarli», dimostra che la chiave della loro bellezza (estetica, storica e morale) ci è sfuggita di mano. In altre parole, queste opere non ci dicono più niente se non le forziamo in «grandi eventi» trash, che, di fatto, le neutralizzano. […] Tuttavia è necessario coltivare una speranza. E questa speranza non può che essere legata alla conoscenza. Ma dubito che questa battaglia possa essere vinta se non torniamo a comprendere a cosa serve questo patrimonio. Se non si torna a comprendere che Michelangelo non serve a fare qualcosa (a divertirci o a produrre ricchezza), ma a essere e a diventare qualcosa (più umani, più civili e, magari, anche più felici), non capiremo mai perché dobbiamo salvare Michelangelo: e alla fine lo perderemo anche materialmente. […] È l’ora di abbandonare la chimera dei beni culturali: dobbiamo avere il coraggio di dichiarare fallita l’improvvisata scuola professionale di una professione che non esiste, e riprendere a insegnare la storia dell’arte come una parte della storia, come una disciplina umanistica, come un sapere critico.
[…]
Bisogna far riscoprire al pubblico la differenza tra l’arte contemporanea, che nasce per il museo e per le mostre, e l’arte del passato, che è nata nelle chiese, nelle piazze, nei palazzi e nelle campagne. Tra un’arte che serve a se stessa e un’arte che serviva alla vita morale, intellettuale, religiosa, politica, economica di una comunità, di una famiglia o di un individuo. È necessario recuperare la tensione che ha sempre tenuto insieme lo stile e la funzione, facendo sì che si condizionassero a vicenda: perché se non comprendiamo la funzione delle opere che amiamo, non riusciremo nemmeno a capire perché sono belle.
Quando un assiduo frequentatore di mostre entra in una chiesa storica, rimane come tramortito: qui le opere non sono ordinate e illuminate in modo uniforme, non sono tutte alla stessa distanza, non hanno la pelle “liftata” cui è stato abituato. Sono mescolate a iscrizioni latine, a oggetti e simboli strani. Sono accavallate, manomesse, ibridate, ritoccate o rifatte. Alcune sono bellissime, altre molto meno. Non sono più assolute, insomma, sono relative: cioè sono immerse in una rete di relazioni. E proprio per questo raccontano una storia: anzi, sono la Storia.

(Tomaso Montanari, A cosa serve Michelangelo?)

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Questa voce è stata pubblicata il 2 dicembre 2012 da in Tomaso Montanari con tag .

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