Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Tutto passa

caffe_tempoTutto galleggia, il corpo, la memoria.

Louise è un nome ricorrente tra i personaggi. Anche certi luoghi e certe atmosfere ritornano. Nell’idea dell’autore ciò è tutt’altro che casuale, e sottintende il legame sottile tra storie che altrimenti appaiono assolutamente indipendenti. Dietro il titolo di Tutto passa ci sono infatti nove racconti di atmosfere sospese e ingannevoli, nove spartiti di variazioni sul tema, nove storie di tempo, domande e percorsi di vita paralleli, nove indagini sui ricordi, le tracce, i frammenti che, a dispetto del tempo che scorre, abitano e ingombrano le nostre vite.

Che cosa resta di una vita? Che resta mai, una volta eliminati i poiché dunque infatti tuttavia, di una vita? Della sottile tessitura di una vita? Pochissimo. Qualche momento forte, tre, quattro, cinque. Forse venti, in esistenze frenetiche. Si vive alla giornata, esagerando piccoli eventi, ho fatto questo, non ho fatto quello, e un’iniziativa da prendere, un ritardo da recuperare, emergenze da risolvere, impegni da mantenere, ma alla resa dei conti, non resterà niente o ben poco di tutti questi anni.

Sono pochi momenti che restano di un’intera vita. Niente di straordinario o di solenne. Momenti che si rivelano senza presagio attraversando la trama dei giorni o degli anni quasi a nostra insaputa. Filo rosso tra i racconti è la saudade, quella intraducibile forma di nostalgia che coinvolge anche il mai (o il non ancora) accaduto; e di conseguenza l’attesa, soprattutto inconsapevole, costruita ripercorrendo il vissuto.

Il senso è lì, nella struggente malinconia di fronte alle tracce del tempo, dimenticando la sua natura effimera di materia “subito abolita e sempre rinnovata”. Con la contraddizione – umanissima – di guardarlo passare, di misurarlo o tentare di fermarlo. Tentativo cui comunque sfugge la sostanza della memoria.

Una delle Louise del libro si muove dentro l’ultima storia (Un guasto). In una biblioteca del futuro, priva di libri e completamente digitale, un improvviso blackout costringe un vecchio lettore “tradizionale” a infrangere l’inquietudine di un silenzio che sembra aver fermato il respiro di tutti i presenti – tra impazienza e smarrimento – “ripassando” mentalmente il personale catalogo di una vita intera. Pur senza riuscire a farsi comprendere appieno dalla giovane interlocutrice, figlia di un’epoca in cui i libri cartacei sono scomparsi da un pezzo, quando in quel fermo immagine si fanno spazio la passione del bibliofilo, i ricordi legati alle letture, gli appunti presi a margine, l’immagine di una biblioteca fatta soprattutto dei libri non ancora letti che costituiscono l’unico orizzonte per “assicurarsi” l’aspettativa e la possibilità di una vita futura.

È suggestivo il punto di vista dell’autore quando individua nella letteratura (nella scrittura e nella lettura) forse l’unica possibilità di “incidere” da qualche parte il tempo, abitando altre vite e altri futuri commemorati dalla nostra saudade, allusione per nulla dissimulata a Tabucchi e al Pessoa del “si scrive perché una vita non basta”. Una scelta – quella di scrivere, o di leggere – che si fa isolamento volontario e solitudine necessaria alla possibilità di sopravvivenza. A quel galleggiare proprio delle cose che passano eppure restano, spiazzando e sorprendendo quando del tutto inattese si manifestano.

Tra bilanci, delusioni e sogni, i protagonisti di Tutto passa si somigliano quasi fossero parenti stretti; che si tratti della vecchia signora alle prese con i suoi segreti increspati nelle acque di una tranquilla piscina, del figlio che si interroga su un padre mai conosciuto nel giorno della sua sepoltura, della coppia mancata che nuovamente a distanza d’anni si manca, del malato incurabile vittima di una diagnosi sbagliata, dell’allenatore che abbandona la sua squadra durante la partita o del vedovo che si preoccupa di nascondere sistematicamente le sue ricchezze perché siano indisponibili alla cupidigia degli eredi.

Loro e tutti gli altri, in un mondo che cambia, in cui i codici tradizionali sono spesso svuotati del loro significato, in cui la continuità è forse un’illusione destinata a naufragare, mentre il passato attraversa fulmineamente i pensieri presenti rendendone sfuggenti le vite ed ogni futuro possibile, si chiedono e ci chiedono: cosa significa essere felici?


Bernard Comment
Tutto passa
Sellerio, Palermo 2012

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2 commenti su “Tutto passa

  1. Nino
    21 marzo 2013

    Stefania, torno al tuo blog dopo molto tempo, lo trovo piacevolmente poco cambiato, come una casa cui si è affezionati. Vedo, con mio grande piacere, che stai insistendo sul tema del tempo. Aggiungo una nota un po’ fuori luogo. Di recente, mi sono imbattuto per caso in tre poesie in cui gli autori (Hikmet, Jimenez, Szymborska) parlavano di come sarebbe stato il mondo il giorno dopo la loro scomparsa. Tutti e tre hanno posto l’accento sulla più banale quotidianità,quasi a rimarcare l’importanza della vita (in chi sa afferrarne il significato) e dei gesti e delle azioni che quotidianamente compiamo, ma di cui non cogliamo la profondità, senza sapere che esse stesse sono il tempo. Grazie, infine, per aver segnalato il libro di Tommaso Montanari. Un Saluto. Nino

  2. Stefania
    25 marzo 2013

    Nino, che piacere ritrovarti. È vero, pochi cambiamenti nella vita online (è quella offshore la più movimentata e la più ricca di stimoli), e molti meno libri di quelli che effettivamente leggo e pondero (di Montanari mi sono ritrovata tra le mani prima La madre dei Caravaggio… poi A che serve Michelangelo?, e per un attimo si sono risvegliati la rabbia e la passione per la disciplina che più di tutte ho amato, per giunta rinunciandovi… La amo ancora, è evidente).
    Ma il tempo – hai ragione a notarlo – è un chiodo su cui mio malgrado torno a battere. Negli ultimi mesi, involontariamente, il mio percorso di lettura ha compiuto un taglio trasversale in questo tema: bilanci, riflessioni, peso e sostanza della memoria, natura, qualità ed evoluzione della rete di relazioni affettive, i mutamenti del corpo, ansie, paure ed altri terreni minati. Se ne esce malconci. Con una gran voglia di prendere una boccata d’aria prima di ricominciare a voler capire.
    Dev’essere “colpa” di un certo momento della propria vita. La stessa riflessione che hai segnalato tu, quella sulla sostanza della quotidianità più banale e ripetitiva rispetto al saper cogliere il tempo e la vita di cui essa è fatta, è qualcosa che insorge “nel mezzo del cammino” (non la farebbero i miei figli, ma neppure molti anziani più concentrati sul subìre la vecchiaia loro “inflitta” che sull’agire e sui gesti). Anche se mi avrebbe trovato pienamente d’accordo già molte vite fa (certi gesti quotidiani io sento che vanno amministrati come riti, secondo una loro precisa liturgia, e sono solitamente i gesti e le azioni della cura e dell’attenzione).
    Trattandosi di una riflessione “a posteriori”, al netto della nostra incapacità di cogliere il tempo nelle cose e nei gesti nel momento, mi fa venire in mente un paio di versi di Antonio Prete (da Se la pietra fiorisce): Il tempo è la quieta forma di tutto quello che da sempre è assente.
    Un abbraccio, e grazie.

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Questa voce è stata pubblicata il 19 marzo 2013 da in Antonio Tabucchi, Bernard Comment, Fernando Pessoa con tag , , .

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