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[…] I sentimenti umani, come le opere d’arte, si possono simulare […]

Vedere l’ultimo film di Tornatore dopo avere letto il libro non toglie nulla al piacere della visione, anche se il lettore conosce già gli esiti della vicenda. Sarà perché le pagine sono sufficientemente potenti da evocare perfettamente le immagini. Sarà perché il “soggettone”, ovvero una delle tappe all’interno della lavorazione del film, nasceva dalla necessità di fissare la trama ma era anche il punto di arrivo di una storia incubata a lungo, come lo stesso regista racconta. Dunque non si tratta di valutare il libro in sé, quanto il suo ruolo all’interno della genesi della storia e gli spunti di riflessione che esso offre (a prescindere dal film, molto bello e molto ben interpretato).

Una storia che per molto tempo ha atteso i suoi personaggi, lasciati a sedimentare tra appunti e suggestioni in attesa di poter agire nei luoghi e nei tempi ideali. L’incontro è stato fatale, “una inspiegabile attrazione tra due personaggi senza storia” e senza destino. Il battitore d’aste e la ragazza agorafobica, una storia “giusta” per loro che solo il finale disvela, e un’ambientazione mitteleuropea decadente che il film enfatizza amplificando tensioni e inquietudini.

È decisamente un tipo sui generis Virgil Oldman, l’esperto d’arte pieno di piccole manie. Molto ossequiato, rispettato, temuto, ambìto, dedica particolare cura alla tintura dei capelli. Ha rituali tutti suoi per pranzi e cene condotti in solitudine pur in locali lussuosissimi e affollati. Naturalmente mangia e beve in piatti e bicchieri siglati con le sue iniziali, ad uso personale ed esclusivo. E non fa alcunché se non indossa i guanti, di cui possiede una gamma assortita in tutte le sfumature possibili in una sezione dedicata della sua cabina armadio (ordinata in modo maniacale). Più che per evitare di toccare i quadri che esamina o gli oggetti preziosi con cui ha a che fare, i guanti sembrano tuttavia indossati per non farsi toccare dal mondo circostante. Nel caveau di casa, la sua personale galleria di stimatissimo battitore d’aste e raffinato collezionista, messa insieme anche al prezzo di comportamenti non del tutto inappuntabili, include 279 ritratti femminili d’ogni epoca e formato, con un particolare fiuto per quelli fiamminghi quattro-cinquecenteschi e una spiccata preferenza per gli otto-novecenteschi, tuttavia a fronte di questi simulacri eccelsi della femminilità il protagonista nel corso della sua vita non è mai entrato in relazione con una donna.

Eppure, a suscitare interesse non è il personaggio in se stesso, quanto la sua contraddizione: la stessa considerazione che Oldman fa quando rinviene per la prima volta i piccoli frammenti ed ingranaggi, incrostati di ruggine, di un misterioso oggetto che, pazientemente ricostruito, si rivelerà essere uno degli straordinari automi di Vaucanson. “Personaggio” chiave della storia giacché la trasformazione di Oldman corre parallelamente alla ricostruzione dei suoi meccanismi e si compie quando l’automa ricostruito e perfettamente funzionante resta l’unica traccia degli accadimenti. Ripetendo ossessivamente come un mantra: In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico, vera e propria dichiarazione d’intenti alla base della storia, che allude sia all’opera d’arte sia (e soprattutto) alla rete di rapporti e sentimenti che legano gli esseri umani. Man mano che la storia procede i pezzi dell’automa e di tutto l’ingranaggio si attraggono progressivamente, ma ciò che ricompongono non è la soluzione dell’enigma, bensì tutta una serie di finali possibili.

Una storia d’amore e d’inganni, dove viaggiano parallele la possibilità di falsificazione in ambito artistico e quella all’interno della rete di relazioni interpersonali, con una declinazione ambigua che dai 279 ritratti di donne tutte egualmente amate in spirito slitta verso il piano dell’indisponibilità e dell’incapacità di amarle con il corpo. Contraddizione demolita dall’inganno, il cui abuso nell’arte sembra ritorcersi nella vita. Nella vita di Virgil Oldman, che il paradosso vuole professionista della distinzione tra il vero e il falso ma che questa storia trasforma in un dilettante sbaragliato dagli accadimenti.

Quando la metamorfosi è compiuta, il nostro battitore d’aste non è più il personaggio unico e inarrivabile del principio della storia, giacché “l’assenza dei guanti, i capelli grigi, il modo di vestire un po’ trasandato lo rendevano uno tra i tanti”. Uno tra i tanti, a imparare a gestire il disagio della propria sofferenza, confuso tra i clienti del locale praghese delle ultime pagine (e dell’ultima scena del film) nel quale soffitto e pareti sono ricoperti da ingranaggi perfettamente funzionanti (in scala gigante rispetto alla minuta ferraglia dell’inquietante automa di Vaucanson), dove gli avventori – tutti insieme (e incomprensibilmente) – sembrano parte integrante degli ingranaggi stessi.

Il lettore (e lo spettatore) non può far altro che sedersi idealmente con Oldman condividendone l’attesa, sopraffatto dall’ossessivo ticchettio delle ruote dentate e prendendo atto che – ancora una volta – solo il tempo può restituire ordine e verità alle cose.


Giuseppe Tornatore
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Sellerio, Palermo 2013

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Questa voce è stata pubblicata il 28 marzo 2013 da in Giuseppe Tornatore con tag , .

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