Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Infanzia

infanziaSe provassimo a scorrere un’ideale galleria dell’infanzia, ci accorgeremmo come spesso l’arte abbia fermato – del bambino ritratto – aspetti demoniaci e inquietanti più che la sua innocenza. Non sfuggono a questa costante le arti figurative, né le pagine di scrittori e poeti, collocando il punto di osservazione/percezione al confine con le ombre e le mostruosità che l’infanzia assume in sé.

Al senso umbratile di questa stagione breve Giuseppe Scaraffia dedica il suo libro (ripubblicato da pochissimo sempre da Sellerio), nato da una serie di ritratti della Reggia di Stupinigi e affiancato dalle pagine dei suoi scrittori preferiti. Seguendo la traccia del percorso, difficile e doloroso, che porta il bambino a spogliarsi dell’identità con il resto del mondo esterno per indossare a viva forza la propria “maschera sociale”, non senza violenza e resistenze. Siglando l’abbandono progressivo di una condizione che non ha bisogno di memoria ma conosce la nostalgia di scoperte, esperienze e paure destinate ad essere rimpiante tutta la vita. Il contrappasso vuole che ognuno di noi, col tempo, non riconosca più il proprio essere stato bambino, se non per brandelli di ricordi. E nella nostalgia di quella temporalità circolare ignara della vergogna, del dolore, della morte e del futuro, nella quale tutto è ripetibile eppure sempre nuovo.

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Il mito
Così l’infanzia deve fornire nella sua cifra misteriosa, in quanto data una volta per sempre e come tale irrimediabilmente persa per l’individuo, un’immagine mitica non più, come in precedenza, dell’esperibile umanamente e sovrumanamente, ma di quello che, essendo stato smarrito per sempre, è il pezzo, per eccellenza mancante, del successivo mosaico di esperienza. […] Il mito dell’infanzia è quello di una splendida incoscienza, di un essere solidali col mondo sottratto alla temporalità.

Lo sguardo del clown
Solo l’immoto spalancarsi degli occhi delle bambole o la pupilla allegramente dilatata degli omini di latta può riflettere in sé l’ampiezza intatta del reale che scorre nello sguardo infantile. […] La maschera e il clown, come giganteschi giocattoli, riproducono tale esterrefatta fissità dell’espressione.

Considerazioni sull’anima
Il mondo dei gesti infantili, come quello dei loro giochi, è dominato da una ripetizione senza noia, da un’inesauribile capacità di godere di uno spettacolo già noto. Talvolta, anzi, la reiterazione suscita un piacere supplementare. Il bambino gode ancora di quella vocazione ad arrestare il tempo e a riprodurlo con una scrupolosa attenzione ai menomi particolari […] il piccolo gusta nella reiterazione lo scacco di una temporalità soggiogata che avanza solo per tornare indietro. […] L’accorata richiesta di rifare «ancora» una volta un gioco qualunque nasconde quindi il desiderio di sottrarsi all’imminente incalzare del tempo.
Parlando dell’abitudine infantile di rompere i giocattoli per vedere cosa si nasconde all’interno, Baudelaire scrive che «la maggior parte dei marmocchi vuole soprattutto vedere l’anima». […] «Ma dov’è l’anima?» si chiede, interpretando la delusione del fanciullo indagatore. La molla che imprigionava il tempo si è spezzata. […] Con questo atto fa capire all’adulto che il primo, il più grande dei giochi anche per lui è finito o sta per finire. Alla nostalgia di chi regala, sotto l’apparenza del giocattolo, la più straordinaria macchina del tempo, risponde più accorata ed esplicita quella di chi ormai sa che ogni gioco ha un termine. «È qui – scrive Baudelaire – che cominciano l’ebetudine e la tristezza».

La notte
Il bambino non sa ancora separare bene il giorno dalla notte, non sa rinunciare all’uno nell’altra e le sue tenere orecchie colgono l’immensa, minacciosa risacca della marea del tempo, da cui l’infanzia si lascia sommergere solo per sfinimento o per gusto, mai per conforto od oblio. I passi cauti, ma inconfondibili del tempo echeggiano nella notte, si avvicinano sempre di più, senza raggiungere mai il piccolo terrorizzato. […] La pena che ne consegue, la trasformazione della notte in un’angoscia interminabile, sono il segno di una vittoria. Il tempo può raggiungere solo chi si rassegna alla sua venuta, chi non vuole sentire i suoi passi e si addormenta.

Golosità
«Il bambino goloso protendeva la sua mano attraverso la fessura della dispensa appena socchiusa, come un amante attraverso la notte». La golosità dei bimbi è insaziabile, essendo al tempo stesso ricerca e compensazione dell’irrimediabilmente perduto. È una forma di nostalgia e di conoscenza. E la madeleine proustiana è un’eco della capacità infantile di attingere al passato attraverso la friabile porta di un sapore. La golosità si situa all’origine della memoria, confondendo in sé nostalgia e fame.

Rifugio
Nelle soffitte dei romanzi s’aggirano tre diverse specie di frequentatori, accomunati dalla clandestinità: i bambini, i fantasmi e gli amanti. Coloro che rappresentano il rimosso lievitano lontano dai piani operativi della casa, affluendo verso i luoghi dove s’accumulano le tracce del passato prossimo e di quello remoto. Nella quiete del rifugio, il tempo s’acciambella docilmente sulle ginocchia del bimbo, come un animale domestico. Le grida e i rumori che scandiscono la giornata sono dei lontani ricordi. Le interessanti rovine della quotidianità trascorsa sono l’insostituibile testimonianza, per il bambino, della condanna inflitta dal tempo a quegli stessi oggetti che così spesso regolano tirannicamente la sua esistenza. […] L’adulto si muove con circospezione nelle soffitte, tra le ragnatele e i ricordi, in agguato come gli assassini e gli spettri nei film polizieschi o del terrore. Il passato per lui è una palude che occorre rasentare con circospezione, evitandone le sabbie mobili. Penetrando senza paura nel passato, il bambino si impadronisce del futuro. […] Tra quelle mura dimenticate, il piccolo stringe il primo patto con il tempo e accetta di crescere, per sottrarsi ai disagi della sua condizione. Il passato è la moneta con cui si acquista il futuro.

Non imparare
Il sapere anarchico infantile si scontra con quello interamente regolato dell’adolescente e dell’adulto. Il bambino rifugge dal compito che gli si chiede: tradurre tutta la sua conoscenza del mondo in un linguaggio definito e perciò stesso vincolante. Imparare, per i bimbi, significa quindi rassegnarsi a disimparare una quantità di cose, restringere volontariamente l’orizzonte faticosamente e piacevolmente disegnato nella prima infanzia.

La porta aperta
«Uno entra e lascia la porta aperta, e vediamo tutto prima dell’istante in cui avremmo dovuto vederlo. È l’attimo in cui subiamo una sorta di intervento chirurgico. Un’operazione rapida, con un dolore delirante». […] Quel che si strappa, sulla soglia schiusa, è lo sguardo visionario infantile, la sua capacità di leggere il significato delle cose senza arrestarsi alla loro bruta apparenza. […] La cultura del bambino, come quella dell’artista, si ferma cautamente prima della porta, accettando di non sapere per poter continuare a vedere. «Chi guarda dall’esterno attraverso una finestra aperta non vede mai tutte le cose che vede chi guarda una finestra chiusa».

Tramonto
Il tramonto, che  tanto consola gli uomini, con la sua promessa di un bagliore anche nella caduta, lascia indifferenti o turba negativamente i bambini. […] Il presagio dell’incrinatura che percorre, sempre più forte, il senso infantile della temporalità, induce il bimbo a detestare o a cercare di non riconoscere gli eventi che, come il tramonto, sembrano annunziarla. […] Il grande gioco col tempo, che sottende ogni gioco, viene turbato dal sopraggiungere del tramonto che vanifica gli sforzi posti in atto dalla ripetizione ludica per arrestare il flusso temporale. […] L’infanzia, cieca sulle bellezze del tramonto, custodisce gelosa tra le sue piccole braccia, come un cucciolo inerme, la fragilità del presente, in cui s’insedia. Solo i bambini, dopo i sovrani spagnoli, possono vantarsi di possedere regni su cui non tramonta mai il sole.


Giuseppe Scaraffia
Infanzia
Sellerio, Palermo 1987 (2013)

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Questa voce è stata pubblicata il 13 giugno 2013 da in Giuseppe Scaraffia con tag .

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