Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Naufragando

atlante[…]
S’annuncia col profumo, come una cortigiana,
l’Isola Non-Trovata… Ma, se il pilota avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell’azzurro color di lontananza…
(Guido Gozzano, La più bella, 1913)

Al pari di Judith Schalansky, bambina della Germania dell’Est che immagina di viaggiare scorrendo le dita su una mappa, molti di noi sono stati “figli dell’atlante”. Quelli abituati a «desiderare smodatamente tutto il mondo in una volta sola» reggendo sulle ginocchia questo libro delle meraviglie e cresciuti anche grazie ai sogni esalati dalle sue pagine. Quelli per cui i nomi dei luoghi rinvenuti cavalcando spericolatamente meridiani e paralleli diventavano «chiave per un altro mondo». Quelli che il mappamondo sulla scrivania istigava a sperimentare una strana e contagiosa nostalgia per luoghi mai visti. E via fantasticando.

L’Atlante delle isole remote. 50 isole in cui non sono mai stata e mai andrò – libro stuzzicante e “goloso” solo a vedersi e toccarsi (e ci dispiace per gli e-readers che non lo sapranno mai) – nasce da una passione così, intorno ad una manciata di «minuscoli granelli di terra persi nel mare», spesso raccolti da vecchie carte sinottiche e dimenticati dalla cartografia diffusa. Al di là dell’inganno di carte e mappamondi, un incanto onirico-letterario intorno a 50 piccole terre emerse catalogate per oceano di appartenenza, schegge escluse dalla geografia quotidiana e ufficiale, quasi «note a piè di pagina della terraferma», sperdute in latitudini solo immaginabili e immerse in mari spesso apocalittici, inospitali o leggendari.

Isole che sono culle di utopie, incubatrici di mali oscuri e nidi di umani estremismi, indicibili efferatezze ed esecrabili scempi dall’enorme potenziale narrativo. Isole reali ancorché inarrivabili, ma a loro modo favolose per le storie che vi si possono raccontare. Scenari perfetti perché verità e fantasia siano indistinguibili, esattamente come fa l’autrice, che per ognuna di loro – dopo aver fornito le coordinate essenziali – illumina brevemente un aneddoto, una leggenda, uno squarcio suggestivo di vita vissuta lavorando sulla relatività delle distanze. Ovvero: di come la scoperta dell’isola implichi lo smarrimento di qualsiasi rapporto con la terraferma. Di quanto l’idea di “centro del mondo” sia relativa, così come la percezione del “margine” o del “remoto”. Perché l’isola è «distante solo se la si guarda dalla terraferma»; viceversa, la sua concretezza – spostando il punto di vista – la rende centrale e assoluta.

D’altronde queste isole esistono perché gli esploratori hanno dato loro un nome certificato dalla rilevazione cartografica (e i “figli dell’atlante” vi hanno dimorato a lungo in incognito); nomi che spesso sanno dei desideri e delle nostalgie degli abitatori, talvolta riflettendo la loro delusione e le aspettative disattese, perché se il paradiso è un’isola lo è anche l’inferno.

[…] isole cui si può arrivare solo naufragando. E sono quelle che più di tutte ricordano la vita.


Judith Schalansky
Atlante delle isole remote
Bompiani, Milano 2013

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7 commenti su “Naufragando

  1. Pingback: Arnold « currenti calamo

  2. Muninn libri
    21 gennaio 2014

    Fantastico, io sono uno dei figli dell’atlante. Passavo ore a leggere coste e nomi di montagne, laghi e isole. E’ sicuramente un libro che comprerò. 🙂

  3. Stefania Mola
    21 gennaio 2014

    Leggendoti via reader da qualche tempo, ci avrei scommesso… 😀

    p.s. L’atlante è ancora e sempre il libro che porterei con me in caso di apocalisse. Da una postazione più tranquilla, nel frattempo, mi sono avvalsa di Google Maps e Google Earth per planare sulle isole della Schalansky e sbirciare da vicino, soprattutto la dislocazione dei piccoli insediamenti… Ho collezionato rive sabbiose, scogliere impervie, coni vulcanici sonnacchiosi e distese verdi o ghiacciate fino al capogiro. Che meraviglia!

  4. Marina
    9 febbraio 2014

    Ciao Stefania, volevo solo dirti che ti ho nominata per il Liebster award: http://sonnenbarke.wordpress.com/2014/02/09/liebster-award/. Non importa se parteciperai o meno, era solo un modo per dirti che il tuo blog mi piace molto e apprezzo tanto quello che scrivi e come lo fai.

  5. Nino
    9 febbraio 2014

    Il mio “terzo libro” è stato un atlante della Vallardi (che ancora conservo). Ho viaggiato tantissimo, da piccolo, su quel libro. Ancora lo faccio, ogni tanto. Poi, però, la “troppa” conoscenza del presente mi spoetizza il viaggio e i luoghi (penso al Messico, all’Africa…). Eppure, nonostante tutto, Google Earth non ha lo stesso fascino dell’atlante cartaceo.
    Saluti
    Nino

  6. Stefania Mola
    10 febbraio 2014

    Cara Marina,
    ti ringrazio di cuore per quel che mi hai detto e per come me lo hai detto, al di là di questi “testimoni” che virtualmente ci si passa sotto forma di awards (che sono solo un pretesto per manifestare la stima e l’apprezzamento). Stima e apprezzamento che sono anche miei, leggendoti da tempo pur se silenziosamente; e pur restando sempre debitrice nei tuoi confronti, che già tre anni fa mi avevi ritenuto meritevole della tua attenzione 🙂
    Mi perdonerai se probabilmente non darò seguito alla “catena”, limitandomi (appena possibile) a rispondere più o meno puntualmente alle tue domande sulla stessa pagina di allora? 😀
    Grazie ancora, e a presto!

    @ Nino
    Lo so, lo so che non è la stessa cosa… Ma dobbiamo pur sopravvivere alla profonda mutazione genetica delle nostre coperte di Linus. Google Earth è un escamotage consolatore, soprattutto se lo si usa per estensioni riguardo alle quali la nostra conoscenza è scarsa o pari a zero (anche se confesso di essermene servita pure per “raggiungere” un paio di canaloni alpini ripidi e innevati che da giovane avevo solcato avventurosamente con gli sci e che mi fanno morire di nostalgia…) 😀

  7. Marina
    10 febbraio 2014

    Cara Stefania, come ti ho già risposto da me, ti perdono assolutamente se non darai seguito alla catena, il mio era solo un tentativo di ringraziare per quello che fanno gli autori di quei blog che ho citato, e allo stesso tempo segnalarli ai miei lettori perché possano anch’essi goderne 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2014 da in Guido Gozzano, Judith Schalansky con tag , .

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