Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Michelangelo 450

sguardoSe non è mai lecito andar contro la verità, tuttavia qualche volta conviene tenerla nascosta. Ed è sempre della massima importanza quanto tu la dica a tempo opportuno, quanto convenientemente, quanto a proposito”.
– Erasmo da Rotterdam, Lettera al cardinale Lorenzo Campeggi (Lovanio, 6 dicembre 1520)

Giulio II si presenta in paradiso ma san Pietro fa spallucce negandogli il via libera. Motivo del rifiuto: Giulio pare non essersi comportato bene, da papa, avendo preferito la logica del potere al Vangelo. Colpe e vizi vengono a galla, e si ride parecchio, fino all’ultima pagina, nonostante la serissima introduzione critica e il robusto apparato di note altrettanto serie.

Iulius exclusus e coelis, in traduzione italiana semplicemente Giulio, è un dissacrante libello in forma di dialogo che cinquecento anni fa – all’indomani del solenne omaggio post mortem tributato a papa Giulio II della Rovere – cominciò a circolare in forma semiclandestina in un’Europa infiammata da conflitti, disordini e prime avvisaglie di quel vento riformatore che Lutero avrebbe usato per spazzare le residue certezze. In quarta di copertina, alcune edizioni ammoniscono (promettendo rivelazioni scottanti): «Lettore, tieni a freno il riso».

Su tutti gli esemplari manca la certezza dell’autore, dissimulato, bisbigliato a mezza voce o ammiccato distrattamente. D’altronde vi viene denigrato sotto ogni aspetto il papa di certi anni ruggenti appena defunto, amplificando anni di maldicenze da sottobosco: non fermandosi alla nascita plebea, all’omosessualità, all’ubriachezza, alla sifilide o al proverbiale temperamento collerico, bensì svelando senza mezzi termini la natura antiapostolica di un’autorità papale manifestatasi come entità politica e connotata da un irriducibile istinto predatorio nonché da una sfrenata sete di potere, laddove un papa “rovescio” di Cristo non può che essere l’anticristo. Il libello è sovversivo quanto basta per giocarsi la carriera, lusso che neppure Erasmo da Rotterdam può permettersi.

Un dialogo, si diceva, in cui il testo si gioca tutto tra due soli personaggi antitetici (san Pietro e Giulio II, a parte l’irrilevante presenza del Genio) e sul rovesciamento delle prospettive della voce di turno. Un dialogo tra sordi, per diversità di vocabolario e visione complessiva, destinato a non trovare un punto d’incontro. Poiché papa Giulio II è l’uomo che ridisegna la carta geopolitica dell’Europa, si arroga, toglie, destituisce, stipula, scioglie, rovescia, secondo un disegno titanico che – interpretato nell’arte da artisti del calibro di Raffaello e Michelangelo – prevede per la Roma imperial-pontificia la riconquista del ruolo di potenza egemone europea. Nel dialogo si confrontano due visioni inconciliabili della Chiesa: semplice, umile, frugale e perciò “retrograda” quella di Pietro; trionfante, militante e armata quella di Giulio. Che, infiammato dalla dottrina del “potere assoluto” nutrita dalla cultura dell’adulazione (di una curia scellerata, ma non solo), oltre alle armi materiali fece largo e spregiudicato ricorso a quelle spirituali, in forma di monitori e scomuniche a raffica (come ben potrebbero testimoniare nemici e avversari).

Un Pietro sornione e a tratti divertito, mai all’altezza dell’antagonista, lo definisce in queste pagine pubblico flagello, scelleratissimo trafficante e impostore, Peste Massima, notoriamente scellerato, avvinazzato, macchiato di sangue, reo di simonia, dedito alle arti magiche, spergiuro, rapace, bruttato da capo a piedi da mostruose lascivie, e simili delicatezze. D’altro canto Giulio II, interrotto solo a tratti da strumentali accessi di collera, intesse credibilmente la sua autodifesa con il suo punto di vista, conscio della propria impunità di fronte all’evidenza, sì che ogni abominio e comportamento discutibile si spieghi con stupito candore.

Alla fine, come spesso accade, il buono della situazione ci appare noiosissimo mentre il cattivo si porta a casa tutta la nostra simpatia, merito anche del libello che lo vede protagonista in abiti così poco onorevoli. Merito della rivalutazione critica di quest’opera, non più considerata marginale nella produzione di Erasmo (alla stregua di un “incidente di percorso”) bensì documento di notevole audacia intellettuale. Merito di Erasmo in primis che, lasciando emergere da queste pagine una figura di dimensioni epiche («ciclopico princeps e dux pagano, non solo nell’imitazione di Giulio Cesare») e – per quanto scellerato e ambizioso – il suo progetto titanico, dal punto di vista letterario ha creato per Giulio II un monumento.

Solo le arti figurative possono vantare un simile tentativo, e penso tra le altre all’annosa vicenda del suo cenotafio (noto anche come “tragedia della Sepoltura”), perché Giulio II – oggi – voleva essere solo il pretesto per ricordare Michelangelo.

>> Erasmo e il Giulio Cesare dei papi


Erasmo da Rotterdam
Giulio
a cura di Silvana Seidel Menchi
Einaudi, Torino 2014

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Questa voce è stata pubblicata il 18 febbraio 2014 da in Erasmo da Rotterdam, Massimo Firpo, Michelangelo Buonarroti con tag .

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