Squilibri

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El Greco 400

el greco la visione dell'apocalisse

E questo sguardo che fissa così la vita e la morte io lo chiamo cretese.
(Nikos Kazantzakis, El Greco e lo sguardo cretese, 1961, tr. it. di Giovanni Bonavia, Roma, Biblioteca del Vascello 1994)

Stravagante, bizzarro, eccentrico. Alcuni degli stereotipi con cui Dominikos Theotokopoulos, meglio noto come El Greco, se l’è dovuta vedere per secoli sembrano fatti apposta per dissimulare lo stupore vero, quello a cui induce la sua straordinaria modernità, in anticipo di almeno trecento anni.

E mentre l’omaggio di Toledo per i 400 anni dalla sua morte – fino alla prossima estate – riscatta in modo spettacolare tanta ottusa storiografia spagnola del Novecento, noi ammiratori appartati ci consoliamo con Babis Plaitakis e Nikos Kazantzakis.

Il primo firma un romanzo rispettoso della verità storica fin nelle minuzie, facendo dell’avventura di El Greco una riflessione quanto mai appropriata sul ruolo dell’artista e della sua ricerca, e mettendo a fuoco in particolare il conflitto aperto con l’Inquisizione spagnola. Un romanzo con una grande capacità di rendere concrete le visioni e le opere del pittore, quasi come un grande schermo in 3D (ho scoperto solo in un secondo momento che da questo libro si pensa di fare un film), che inizia sotto il cielo tempestoso di Toledo e procede in flashback ripercorrendo le strade calcate da El Greco da Candia alla Spagna passando per Venezia e Roma, la seduzione dei maestri del Rinascimento italiano, della pittura ad olio, del colore, l’insofferenza nei confronti delle norme controriformate, l’ironia verso la mediocrità e l’acquiescienza. Straordinarie le irriverenti pagine dedicate alla figura del Grande Inquisitore, tratteggiato e infine dipinto per diventare specchio e letale inquisitore di se stesso.

Kazantzakis invece ci regala una visione poetica incastonata in una sorta di confessione autobiografica nella quale El Greco è l’unico che possa giudicarlo, l’affine per eccellenza in quanto impastato della sua stessa terra cretese. Anche dalle sue pagine emergono i nodi cruciali di una personalità potente: El Greco e il desiderio di “andare oltre”, oltre una pittura che non è solo arte delle icone; l’ambizione, l’orgoglio delle proprie origini ma anche quello di un artista che non ritiene di dover dare spiegazioni sulla sua opera, bensì rivendicando come sia dovere dell’artista formare il gusto del committente e non il contrario; l’arte come unica via di fuga; la stilizzazione dei corpi e il loro allungarsi spasmodico a volte frainteso ma probabilmente solo frutto del condizionamento della prospettiva di osservazione. El Greco e la sua ossessione, quel duello infinito tra la luce e le tenebre sopra la sua testa e dentro la sua vita, ma anche la consapevolezza di una luce interiore, quella che sotto il troppo sole rischia di affievolirsi fino a scomparire. Il tutto nel segno di quello “sguardo cretese” che sa come sporgersi sull’abisso e fissarlo senza paura.

___________

Un giorno sono andato a casa tua a Toledo, per vedere anch’io i tuoi santi, i tuoi apostoli, i nobili che hai dipinto, per capire come li hai sgravati dal peso della carne e li hai preparati a divenire fiamme. Fiamme più fiammeggianti non ne ho mai viste; così viene vinta la carne, ho pensato, così si salvano dalla disgregazione non queste nostre gambe d’argilla e le mani ed i capelli biondi o neri, ma l’essenza preziosa che combatte in questo otre di pelle e che alcuni chiamano anima e altri chiamano fiamma.
[…]
Per trentasette anni sei stato appollaiato su questa rupe di Toledo, per trentasette anni ti sarai affacciato da questa terrazza dove mi trovo adesso e avrai guardato il Tago fangoso che scorreva sotto le due arcate del ponte d’Alcantara, che andava a versarsi e perdersi nel mare. […] «Non sono fatto per starmene qui appollaiato, a mescolare colori, a trastullarmi col pennello e dipingere santi e Cristi in croce, queste decalcomanie non alleviano la mia anima, stretto è il mondo, stretta la vita, stretto Dio, avrei dovuto prendere fuoco – fuoco, mare e venti e pietre – edificare il mondo come lo voglio io, della mia statura! […] Una fiamma attraversa le pietre, gli uomini, gli angeli: questa fiamma voglio dipingere; non voglio dipingere la cenere, sono pittore, non teologo».
[…]
Io dipingerò un altro Giudizio Universale. Due piani: sotto, le tombe che si aprono; e spuntano vermi grandi come il corpo dell’uomo – inquieti, col capo levato, come se annusassero l’aria; sopra: Cristo. Cristo tutto solo. Si china, soffia sui vermi e l’aria si riempie di farfalle. Questo vuol dire la resurrezione: i vermi che diventano farfalle e non che ritornano tra noi per trasformarsi, ora, in vermi immortali.
[…]
Gli assennati ci hanno accusati: dicevano che facevamo troppo grandi le ali degli angeli e avevamo l’impudenza di voler scagliare il dardo al di là dei confini dell’uomo; un demone dentro di noi – chiamiamolo Lucifero, perché porta la luce – era lui che ci spingeva; era lui che voleva superare i confini dell’uomo, andare dove neppure noi sapevamo. Solo questo sapevamo: più in alto.
[…]
– Non mi piacciono i santi che dipingi, e neppure i tuoi angeli – ti rimproverò un giorno il Grande Inquisitore di Toledo: – non inducono a pregare, inducono ad ammirare; la bellezza si insinua, è un ostacolo tra la nostra anima e Dio.
Ridesti: – Non voglio far pregare la gente. Chi t’ha detto che voglio far pregare la gente? – pensasti, ma non parlasti.
E un altro, un pittore amico tuo, quando vide Toledo nella tempesta, scosse il capo:
– Calpesti le leggi – disse; – questa non è arte, superi i confini della logica, entri nella follia.
E tu, com’è che non ti adirasti? Sorridesti:
– Chi t’ha detto che io produco arte – gli rispondesti; – non produco arte, non mi curo della bellezza, nella logica non ho spazio, e neppure nella legge; come il pesce-rondine guizzo dalle acque sicure ed entro in un’aria più leggera, piena di follia e morte; voglio dire, piena di libertà.

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Questa voce è stata pubblicata il 7 aprile 2014 da in Babis Plaitakis, El Greco, Nikos Kazantzakis con tag , .

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