Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Giorgio Morandi 50


Filippo Porcelli]

Né forse alcuno, prima di Morandi, aveva parlato con tale intensità attraverso l’evocazione di oggetti inanimati, poiché, oltre i supremi valori figurativi – le squisite ricerche cromatiche, le audaci soluzioni spaziali – vi è qualcosa, in queste Nature Morte, che oltrepassa, non dico certo il soggetto, ma il loro esser pittura, e sommessamente canta l’umano“.

Nello studio di via Fondazza, a Bologna («la camerella incantata», come scrisse Roberto Longhi), pochi metri quadri d’infinito dove «tutto è lindo, tutto è lucido di quella lucentezza che ha una storia come la buona educazione, una storia di attenzioni e di rinunzie», la polvere – come osserva Marilena Pasquali – «funge da semitono cromatico, da zona di passaggio fra una forma e l’altra». Le ombre e i corpi solidi hanno la medesima realtà e consistenza. L’orizzonte coincide con il margine superiore degli oggetti. Una limpidezza sottratta alla luce permane anche quando le cose lentamente si appartano. Un vago e mai dissimulato senso di sospensione certifica un controllo della mente che non viene meno, neppure quando l’improvviso sussulto di una vibrazione rivela un residuo di potenzialità inespressa, aprendo all’emozione. E quella riluttanza verso la rappresentazione di sé?

Quel che doveva imbarazzare Morandi a tu per tu con una figura umana, era il fatto di non potere spogliarla così facilmente di connotazioni come riusciva a fare per le bottiglie o per il paesaggio. Le bottiglie vuote, polverose, o magari in parte colorate, perdevano qualsiasi connotazione, restavano come un relitto affidato solo a quello che ancora denota. Il paesaggio, poi, che amava Morandi, era quello più inameno, più banale che fosse possibile recuperare: strade polverose, case d’affitto, pioppi spelacchiati. Un paesaggio che si presentasse come diseredato, di fronte al quale non fosse possibile né un moto di allegrezza né un moto di orrore: da passare del tutto inosservato, e cioè il meno possibile “connotato” dallo spettatore. Talvolta, come apertamente mi disse a Grizzanail luogo dove un grande artista trova la pietra focaia della sua ispirazione è un luogo che trattiene qualcosa di sacro: un po’ come l’antro della Sibilla – Morandi si serviva del binocolo, perché il motivo lo sceglieva così lontano da doverselo riavvicinare quel tanto che consentisse un minimo di arricchimento circostanziato. […] Quell’avanzare dal fondo dello spazio come un ricordo dal fondo del tempo, ecco il simbolo stesso del miracoloso che è la creazione artistica […] In questo senso le inevitabili connotazioni che svegliava la figura umana in Morandi, dovevano sembrargli un ostacolo ad operare quel drastico chiarimento che egli esigeva nell’oggetto. Gli pareva che entro l’immagine che trasferiva sulla tela, ci restasse qualcosa di più di quello che il suo rigore consentiva: e che proprio questo qualcosa di più impedisse la decantazione pura dell’oggetto in immagine. Aveva un bel velare la sua faccia, negli Autoritratti: ci restava sempre più di quel che toglieva”.

«Artista difficile e segreto», il Giorgio Morandi di Cesare Brandi è solo uno dei tanti possibili, ma forse quello di cui meglio è stato interpretato il rigoroso e lungo cammino (agli antipodi della mirabile stasi di Francesco Arcangeli, contestata da Morandi stesso) in bilico tra la durata e l’attimo fuggente della possibilità. E forse è dal controverso incontro tra disciplina e abbandono che nasce la sua poesia.

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2 commenti su “Giorgio Morandi 50

  1. Pasquale Misuraca
    18 giugno 2014

    Buono. Grazie.

  2. squilibri2
    18 giugno 2014

    Lieta assai del tuo gradimento 😀

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