Squilibri

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Olio su tela

62636_AD070102Io, Eude…

Davvero inaspettato il mio incontro con Gina Picart, scrittrice appartata e poco convenzionale all’interno del canone letterario cubano, e il suo primo libro tradotto in Italia, ovvero cinque racconti e una galleria di immagini potenti, sorta di affreschi visionari – a metà tra la dimensione onirica e quella carnale – tenuti insieme dal filo rosso della pittura e del disegno. Una tavolozza in cui tutti i colori si mescolano alla luce di una bellezza sublime e al tempo stesso violenta e crudele.

Ogni storia ha per ideale sottotitolo una tecnica pittorica, in un gioco di vasi comunicanti tra scrittura e immagini, nonché di catarsi ed esorcismi, giacché il tutto corrisponde a momenti drammatici della vicenda privata dell’autrice che tuttavia non fa mancare qua e là qualche sprazzo di salvifica ironia. La raccolta deve il suo nome a Il principe dei gigli, il secondo racconto in ordine di apparizione, basato su un dipinto di Tamara Łempicka (perciò Olio su tela) e sintesi esemplare dell’universo di passioni orchestrato nel libro intorno ad una armoniosa varietà di elementi: colori, pennelli, abbazie, monaci, personaggi femminili duri e puri, diavoli, Dio…

Non tutto mi ha convinto, ma Il nome della fossa – ispirato a un notissimo romanzo di Umberto Eco (che riecheggia nel titolo) – ha cominciato a stuzzicare il mio appetito, rivelando una capacità straordinaria di rielaborare in modo originale e di intrecciare tra loro esperienze letterarie plurime e differenti; un’intertestualità che altrove è stata indicata come cifra decisiva della poetica della Picart. Non solo Umberto Eco, ma anche – eletti a protagonisti dissimulati – Borges, Cortázar e Poe, insieme ad una miriade di citazioni abilmente contraffatte, scatole cinesi, dubbie identità, sogni di sogni – e di incubi.

E poi i marginalia dei manoscritti medievali, piccoli disegni che i monaci miniatori riproducevano ai margini, appunto, dei libri da loro pazientemente illustrati, quasi a stemperare la concentrazione richiesta dalla pagina, il freddo e la fame patiti negli scriptoria delle abbazie, l’impegno fisico della gravosa opera degli illuminatori. Figurine non di rado umoristiche, bizzarre, deliranti o beffarde, specchio fedele del loro stato d’animo in cerca di rivincita e sollievo.

L’appassionante contesto della miniatura dei codici medievali domina Apocalisse colomba sulla neve, forse tra i cinque racconti quello che mi è piaciuto di più, scandito dall’intento quasi ossessivo di tradurre alla lettera un autentico codice (l’Apocalisse di Giovanni) ma anche di interpretare e comprendere la clausura monastica, spesso completamente votata allo studio e alla conoscenza. Il tutto giocato sul contrasto tra il candore della purezza religiosa e i colori lussureggianti delle miniature della monaca Eude e del monaco Vitale, figure vivide dell’impossibile e bruciante passione che si scatena tra i due artisti all’ombra di una regola ferrea.

Si resta sopraffatti e storditi dalla tridimensionalità di questi affreschi dipinti da una scrittura così “sensoriale”, che restituisce il tatto delle pergamene, il suono delle onde, la carezza del vento e l’estasi delle tavolozze più straordinarie. Ma soprattutto dalle figure di donna che popolano le pagine: donne oscure e potenti, sensuali e creatrici, giganti anche quando vinte, materne e ferine insieme, pura razza lunare in simbiosi profonda con la Natura e l’Arte.

***

So di essere stata una donna ossessionata dal libero arbitrio, e ora, che mi trovo così vicina alla linea di confine con l’Ombra, temo che Dio mi chieda conto della mia anima, ma se penso alla mansuetudine che ha tagliato le mani di Vitale e al fervore con cui ho vissuto la mia gioventù, non posso pentirmi.


Gina Picart
Olio su tela
Nova Delphi, Roma 2014

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Questa voce è stata pubblicata il 26 luglio 2014 da in Gina Picart con tag , .

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