Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Mia madre

miamadreVoglio tornare alla realtà, fatemi tornare nella realtà. Recitare è una perdita di tempo
(Barry Huggins, alias John Turturro)

Non mi interessa sapere se Moretti abbia saputo (o voluto) fare il film perfetto (dicono di no, che la finzione abbia perso). Non mi infastidiscono più di tanto (stavolta) le nevrosi della Buy, che sono disposta persino a leggere come comprensibili smarrimenti e umanissime fragilità, ottimamente contestualizzate. Non mi interessa neppure, se non marginalmente, l’eventuale (a detta di alcuni) melassa retorica che sigilla il film, né (stavolta) l’insopportabile ingombro di Moretti stesso.

Ma la realtà, quella invocata platealmente da John Turturro, c’è tutta, rischiando di co/incidere con quella di molti. Quello sguardo lento posato sugli oggetti, costellazioni opache dell’universo ospedaliero in cui la ritualità dei piccoli gesti – legati al cibo o alla cura di sé – riempie fatalmente ogni nonsenso. Quell’incedere spaesato in una dimensione che si rivela incognita pur muovendosi nella propria casa, nelle strade percorse ogni giorno, nel proprio contesto lavorativo. Quell’avanzare smarrito che si perde nella smemoratezza e nella resa di fronte alla vita che accelera il passo lasciandoci indietro. Quanto ci riordina, ci smembra, ci sradica una casa vuota da riordinare, smembrare, sradicare?

Me la sono andata a cercare perché noi umani – più spesso di quanto pensiamo – abbiamo bisogno di uno specchio che oltre a terrorizzarci ci rassicuri, soprattutto quando condivide la difficile lezione che morte non è il contrario di vita. Perché ogni film – pure quando dentro un altro film – chiede di compiersi insieme alla lotta impari tra realtà e finzione. Perché accanto a ciò che di noi recita la sua parte quotidiana c’è pur sempre ciò che a questa parte dà un senso ulteriore. Perché in questo film c’è sempre qualcuno accanto (l’attore accanto al personaggio, il fratello accanto alla sorella, il passato accanto al presente, il regista accanto a chi lo interpreta), come nel Cielo sopra Berlino della visione onirica in cui una infinita coda di gente – popolata di fantasmi – attende di entrare al cinema Capranichetta. Da spettatori siamo a margine, ma spesso – quando la realtà ci travolge – anche dentro, con tutta la scandalosa incapacità delle parole umane di dire la morte e con l’inadeguatezza (e la fatica) di sopravvivere a un dolore enorme.

[A che pensi, mamma?] A domani
(Ada, alias Giulia Lazzarini)

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Questa voce è stata pubblicata il 28 aprile 2015 da in Nanni Moretti con tag , .

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