Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Solo bagaglio a mano

romagnoli_copAll’inizio tieni tutto. Ti sembra che ogni cosa sia irrinunciabile. Poi… piano piano capisci che non ti serve niente, che puoi fare davvero a meno di tutto, dei biglietti del cinema, dei dischi, perfino delle fotografie. Le ultime a cui rinunci sono le lettere: quelle le chiudi in un cassetto. A chiave, magari. Il resto non è che lo butti, lo lasci andare, finisci la matita, perdi il biglietto… Capisci che l’unico archivio che conti è la tua memoria: hai tutto lì, per sempre. E a quel punto ti domandi una cosa: sarà una fortuna… o una maledizione?

A parte gli irriducibili, la maggior parte delle persone ha imparato nel tempo a contenere almeno l’esuberanza del proprio bagaglio – non fosse che per adeguarsi alle imposizioni delle compagnie aeree, ad esempio – ritrovandosi a spostarsi (estate o inverno che sia) sempre con la stessa borsa. Le cui misure e il cui peso decidono le sorti di quei tre-quattro-cinque giorni di vagabondaggio, insegnando a scegliere, preferire, escludere o rinunciare.

Nel racconto di Romagnoli – solo ora diventato libro ma radicato in una consuetudine lunga una vita – il bagaglio diventa anche figura d’altro, di un ingombro reale e simbolico che in ogni circostanza della vita dovrebbe perseguire l’indispensabile per abbracciare un modus  capace di affrancarsi dai bisogni e una felicità (e una ricchezza) raggiunta per sottrazioni progressive. Un capolavoro ottenuto “per forza di levare” imprigionato in un’esistenza in cui – se avessimo la fortuna di campare ottant’anni – a fronte di 23 anni passati a dormire, 20 a lavorare e 6 a nutrirci avremmo collezionato sì e no 46 ore di felicità.

Romagnoli propone di salvare quel che possibile raccontando tra l’altro un curioso esperimento su se stesso cui si è sottoposto in Corea (la prova del suo funerale, con tanto di testamento e cassa in cui riflettere – da solo e al buio – sulla necessità di vivere leggeri). La conclusione è immaginabile: al diavolo il bagaglio tipicamente occidentale di oggetti inutili e memorie ingombranti, che intralciano un percorso già troppo breve. Si arriva e si parte a mani vuote e senza tasche, e ricordarlo più spesso eviterebbe un sacco di guai.

Questo libro è quindi in senso molto ampio un elogio della leggerezza, «la sostenibile leggerezza dell’essere contro l’insostenibile pesantezza del bagaglio ingombrante. Un bagaglio che è, naturalmente, anche emotivo e memoriale». Spesso è necessario un evento traumatico per rendersi conto di tutto il superfluo che ci circonda e dell’aria nuova che si conquista lasciando finalmente andar via le cose che non servono più (perché ciò che conta davvero ha trovato già posto dentro di noi). Perché anche la memoria, legata al possesso di oggetti fisici, da essere una risorsa può diventare un’àncora. Peggio, una zavorra, quando si ostacoli il suo naturale corso selettivo contribuendo a trasformarla nel «deposito di rifiuti» di una vita vissuta nel continuo terrore di disperdere l’infinito cumulo di falsi bisogni. E potrebbe bastare il Funes di Borges a convincerci.

Un modo di vivere, un modo di viaggiare, dunque. Parola di viaggiatore. Con la consapevolezza che l’equazione «una vita, un bagaglio» significhi semplicemente il dato di fatto che due vite – lì dentro, dentro la stessa persona – non ci stanno. Un giorno smarrisci la tua valigia e ti accorgi che del suo contenuto dovrai forzatamente fare a meno. Contemporaneamente capisci che ciò che conta del continuo accumulo negli anni occupa davvero pochissimo spazio: le persone nella tua vita, per esempio, stanno comode sulle dita di una sola mano. Poi il passo è breve da qui a cassare finalmente tutti i numeri telefonici di coloro che non sentiremo mai più, a liberarci degli abiti che hanno perso l’odore dei tempi in cui li abbiamo indossati e che avevamo conservato sperando un giorno di ritrovarvi un granello di sabbia o un filo d’erba rimasti impigliati nella loro trama.

Guardando avanti e puntando magari a qualcosa in più di quelle 46 ore di felicità.

La vita non è come è stata, ma come la ricordiamo. Fidati della tua memoria. E dopo averlo fatto, essù, fai uno sforzo ancora: sparale. Non al cuore, qua e là. Falle dei buchi. Ricordare tutto è non solo una grande fatica, ma un intollerabile peso.


Gabriele Romagnoli
Solo bagaglio a mano
Feltrinelli, Milano 2015

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Questa voce è stata pubblicata il 25 ottobre 2015 da in Gabriele Romagnoli, Jorge Luis Borges con tag , .

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