Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Controvento

Il tempo breve della vita ci porta spesso al confine delle cose. Quando un amore sembra sul punto di finire e qualcos’altro sembra sul punto di offrirci un nuovo conforto. Lontani dalla radura assolata della gioventù, quando si è nel tempo della maturità e anche oltre, nel tempo in cui la vita pare più esile e brillante, fragile e bellissima, partono due strade, ed entrambe conducono nel fitto di una foresta. Ma ce n’è anche una terza, più solitaria. In quel momento, a quella svolta, a quel trivio, non è semplice capire che strada prenderemo. Non è facile capire in che modo argineremo la perdita…

C’è un tempo in cui credi che il sogno dell’isola riguardi un approdo, e un altro in cui scopri che è invece partenza. Giorni di attesa paziente all’uscio delle petizioni e poi quello in cui varcare la soglia delle decisioni (porta «usata di rado, ma quando viene usata lo è per davvero»). Le mappe sono inutili, il destino ti segue come un’ombra tanto vicino da poter allungare la sua mano sulla tua spalla e a navigare serve solo una barca che abbia familiarità con gli oceani e le isole sconosciute.
Esiste per ognuno un viaggio – pericoloso ma possibile, specie se un’altra ombra e un altro destino camminano accanto al tuo, un viaggio che il sogno sospende e manipola, insieme agli amori, ai bisogni, alle proporzioni, alle distanze. E un’isola sconosciuta capace – all’occorrenza – di mollare gli ormeggi da sé e non c’è mare d’incognite che tenga, non per sapere chi sei, ché «bisogna allontanarsi dall’isola per vedere l’isola, e che non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi».

Saramago aveva ragione, e tuttavia si viaggia in molti modi. Attraversando i continenti e puntando al loro cuore segreto, toccando i quattro angoli del mondo, coprendo una qualunque distanza – anche minima, anche metaforica, persino virtuale – talvolta senza muovere un passo ma lasciando volare la fantasia, il sogno, la memoria. Si viaggia da soli, pur partendo in gruppo. Magari ci si intercetta strada facendo, ci si riconosce tra viandanti. Però è da soli che ci si accomiata dall’infanzia, o si supera il varco che dà accesso a una nuova amicizia o interrompe un legame di lunga data. Si è soli – come i passaggi importanti impongono – quando qualsiasi altrove, lontanissimo ma anche prossimo, lascia che le cose accadano e svelino di noi qualcosa di cui ignoravamo l’esistenza.

Eccoli qui Oscar Niemeyer, Milena Jesenská, Jorge Luis Borges, Anna Maria Ortese, Paul Gauguin, Erik Satie, Joni Mitchell, Albert Einstein, María Zambrano, Iosif Brodskij, Dmitrij Šostakovič, Keith Jarrett, Frida Kahlo, David Bowie, Le Corbusier, Julio Cortázar, Jacqueline du Pré, Fernando Pessoa, Samuel Beckett, Gabriel Garcia Marquez, Elizabeth Bishop, Vincent van Gogh, J.M. Coetzee. Non proprio gli ultimi sconosciuti, ognuno nel proprio campo, che un passo almeno lo hanno mosso, ampio o breve che fosse. E tuttavia, come qualunque altro mortale, nessuno di loro sapeva che nel momento in cui fosse stato intento a fare tutt’altro la vita lo avrebbe sorpreso e trasformato. E ora – ognuno di loro protagonista di questo libro – ne leggiamo il “viaggio” folgorante, lungo o brevissimo, l’attimo, il luogo, il gesto, la fuga o la “curva del tempo” in cui le cose hanno iniziato (o sono tornate) ad accadere, il “miracoloso pertugio”, il varco minimo da superare – e già pronto a richiudersi – dischiusosi nel quotidiano rimescolando le carte.

Dopo di che la vita in qualche modo è cambiata, dopo aver restituito valore al presente – «l’unica cosa di cui non sappiamo niente […] l’ora stessa che stiamo vivendo» – e all’inadeguatezza o all’imprecisione, occupati come siamo a rincorrere passato e futuro – le uniche cose che non possediamo, insieme alla perfezione. Scopriamo quanta felicità nasca dal precipitare dentro sé stessi e dallo scoprire la propria insignificanza. Scopriamo che il viaggio – a volte – è un percorso rapidissimo che il nostro sguardo compie dalla terra agli occhi di un altro essere, un padre «vicinissimo e remoto» che ti proietta verso il cielo. O un commiato doloroso e a nostra insaputa, come quello che ci traghetta dall’isola fatata dell’infanzia all’età adulta senza che abbiamo avuto il tempo di soffermarci ulteriormente sulla sponda prima di vederla scomparire alla vista. O una condizione di sofferenza estrema in cui ci si ritrova stranieri persino a sé stessi. O – ancora – una notte insonne in cui ogni percezione è amplificata e la creatività trova terreno fertile.

E che comunque ogni viaggio ci trasforma in qualcosa cui neppure noi siamo in grado di dare un nome, e «non porta mai con sé solo una cosa, non ci conduce mai in un solo luogo», né – in ogni caso – nel luogo reale o metaforico in cui pensavamo di giungere. Perché «i viaggi aprono varchi su ciò che stiamo diventando. Certificano la nostra condizione. Ci scuotono dall’inconsapevolezza e in quell’andare altrove, nel confrontarci con l’altro, ci obbligano a prendere consapevolezza di ciò che altrimenti cerchiamo di nascondere a noi stessi. Il velo che cela le cose, in viaggio viene strappato senza esitazione».

Ho amato questo libro fin dalle prime righe, per ciò che racconta e per come lo racconta mescolando biografie, ricordi e licenze poetiche, con franchezza e senza ammiccamenti inutili. Un piccolo viaggio anche per me che continuo a cercare le mie schegge ovunque deflagrate e a non sottrarmi alla meraviglia degli imprevisti di cui è capace la vita.

I libri e gli amici sono più di quel che sembrano, mettono in moto delle cose che non si possono prevedere.


Federico Pace
Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita
Einaudi, Torino 2017

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Questa voce è stata pubblicata il 17 luglio 2017 da in Federico Pace, José Saramago con tag , .

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