Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Nel segno della pecora

La storia che ho narrato benché finta,
può ben raffigurare il maleficio
di noi che esercitiamo il mestiere
di trasformare in parole la nostra vita.
[Jorge Luis Borges, Il creatore (El hacedor), 1960]

«Tutto è collegato», come vuole Murakami, che fa dire ossessivamente questa frase al suo protagonista in Dance dance dance. C’è sempre una ragione che spiega tutto, una strada che porta ad altre strade e anche il fatto che leggendo Nel segno della pecora dello stesso Murakami – ora e non quando in passato ho letto i suoi Ritratti in jazz o L’arte di correre, tempi in cui ho lasciato a sonnecchiare sullo scaffale L’uccello che girava le viti del mondo e Kafka sulla spiaggia o sul comodino di mia figlia Norwegian wood – io abbia fatto un salto sulla sedia, un misto tra sorpresa, spavento e incredulità, domandandomi dove fossi stata nel frattempo, e come mai ora e non prima mi trovassi a leggere pagine a cui sarei dovuta arrivare da un pezzo, non foss’altro in nome della mia passione per l’attitudine a rimescolare reale e immaginario (deformando il mondo) di certi sudamericani o di un tipaccio come Boris Vian in quel capolavoro che è La schiuma dei giorni. Ma così vanno le cose: connessioni. In cui tutto è fatto di circostanze casuali che rendono inevitabili gli incontri, tra simili e con i libri. Nelle strategie ben note ai lettori onnivori e appassionati esiste per fortuna quel margine di imponderabilità e irrazionalità che porta a escludere alcuni autori o titoli in un certo momento della propria vita per poi recuperarli nel tempo “giusto”. “Giusto” per qualche strana ragione che ci sfugge, ma tant’è.

E così è andata con la pecora di Murakami, mentre ho in corso la lettura del sequel costituito da Dance dance dance che da due giorni non riesco a lasciare sul comodino per più di poche ore. Grata di ritrovarmi immersa fino al collo in una storia che vorrebbe sembrare normale e quasi scontata e invece è piena di dialoghi e accadimenti privi di logica, come minimo strani ma più spesso surreali. Grata per una bellezza che appartiene alle cose cui non puoi arrivare, e che solo per questo conservano la loro magia. Nel segno della pecora (la cui trama non starò a ripetere: basta cercarla) è un libro che lo stesso Murakami in L’arte di correre definisce «il vero punto di partenza della mia attività letteraria»: una storia in sé strana e surreale, ma anche fortemente poetica ed emozionante, in barba alla prosa asciutta dell’autore, fatta di frasi brevi e semplici soprattutto quando tentano di spiegare l’inspiegabile. Convincendoci che abbiamo bisogno di più poesia, e tutto il resto sono chiacchiere o – almeno – pie illusioni che non portano da nessuna parte. Invece la poesia ti prende per mano o – almeno – ti mette nelle mani il filo da riavvolgere per uscire dal labirinto. Ma perché, Murakami è “poetico”?

A suo modo sì, ed è un modo che appartiene allo straniamento indotto dal leggerlo: credi di leggere azioni e pensieri “elementari”, ne ricavi invece aspetti inattesi – soprattutto emozioni forti e inspiegabili – che conducono a connessioni sorprendenti. Per me eterna allieva di Borges, ad esempio, un’eco continua e insistente del miglior Cortázar, insieme a quella sospensione quasi magica con la quale un libro che ti piace ti trattiene dentro di sé. Un libro che – letto durante il mio breve viaggio “a ritroso” che ogni anno compio sui sentieri di quel che sono stata e nei luoghi in cui ho vissuto anni importanti – è riuscito persino a stabilire un legame tra stati d’animo rarefatti, il mio e quello del protagonista, entrambi sulle tracce di qualcosa che si è perso.

Già, perché a parte la pecora nel segno della quale la storia si sviluppa e si compie (una pecora di razza imprecisata, caratterizzata da una macchia a forma di stella sul dorso e dotata della capacità di possedere e manipolare la volontà degli uomini, sovrannaturale almeno quanto il professor Pecora e l’Uomo-Pecora in cui il protagonista s’imbatte nel corso della sua ricerca), ci sono un sacco di spunti e una ricorrenza di temi tali da definire compiutamente la cifra di quest’avventura, che è poi l’avventura di ognuno: la solitudine dell’uomo, l’arroganza e lo strapotere della politica, l’irrompere del surreale nella prosaicità della vita quotidiana, nonché la passione per il rock e il jazz (un fil rouge che attraversa tutti i suoi libri, tanto che esiste persino un sito che raccoglie le sue citazioni musicali, nonché una playlist dedicata alla sua collezione privata di vinili su Spotify).

Nel frattempo, chi legge si sente attraversare da una sottile inquietudine, che neppure la garbata ironia dell’autore posata qua e là tra le righe riesce a stemperare. Mentre il buon senso ci chiede di accettare ciò che siamo, l’età, i luoghi, le circostanze, le trasformazioni, di farci una ragione del nostro “essere” in quanto “essere stati”, il racconto lascia aperto un pertugio, attraverso il quale sgusciare alla chetichella alla volta di un percorso surreale raccontato tentando di spiegare l’inspiegabile e perfettamente coincidente con la storia di ognuno di noi, soprattutto con la dannazione di essere continuamente alla ricerca di qualcosa sfuggita al controllo o semplicemente smarrita in qualche piega del cuore e della memoria. Accantonato il buon senso (o almeno il senso della realtà) ciò che si percepisce (e che “spaventa”) è accorgersi quanto questo percorso altro – assurdo e sovrannaturale – corra accanto, vicinissimo alla nostra vita, e lo si possa rappresentare anche attraverso la scrittura senza mai sganciarsi del tutto dalla dimensione “reale”.

– Cosa ti ha chiesto la Pecora?
– Tutto. Tutto quello che avevo. Il mio corpo, i miei ricordi, le mie contraddizioni, la mia stessa debolezza… è questo che le piace. […]
– E in cambio cosa ti offriva?
– Qualcosa di tanto bello che era sprecato per me. […]
Era come finire in un crogiolo che inghiottiva ogni cosa. Bello da impazzire, ma maledettamente vizioso. Una volta aspirati lì dentro, si perde tutto. La volontà, la scala dei valori, l’emozione, la sofferenza, ogni cosa… È una forza paragonabile a quella che un giorno ha dato origine a ogni forma di vita.
– Tu però alla fine l’hai respinta. […]
– Preferivo la mia debolezza. La mia tristezza e la mia capacità di soffrire. La luce dell’estate, l’odore del vento, il verso delle cicale. Sono queste le cose che mi piacciono, non ci posso fare niente. Come bere una birra con te…

Senza che nulla appaia fuori posto, insomma, come se fosse tutto normale, persino chiacchierare e bere una birra con un amico scomparso in tutti i sensi possibili. Come se tutto possa realmente nascere dalla banalità per sconfinare nel sogno restando assolutamente vero (prova ne sono le emozioni), vero anche se i nomi, i volti e le identità perdono importanza, vengono cancellati, ignorati o volutamente confusi nella smemoratezza collettiva. Vero (e per nulla superfluo) anche se gli interrogativi si protraggono in maniera apparentemente esagerata e l’assurdo – dopo un timido insinuarsi in una realtà bisognosa di appigli – diventa necessario e plausibile.
Come se fosse normale non reagire alla sospensione creata dall’autore e prendersi in carico una solitudine e una percezione del tempo alterate che ci scaraventano insieme al protagonista in una dimensione onirica mai completamente affrancata dalla realtà. E sentire insorgere la paura che deriva dall’accettare che tutto diventi relativo e possibile.
Possibile come una ragazza dotata di orecchie magiche che fa perdere le sue tracce senza una spiegazione, un autista che può parlare al telefono con Dio, un vecchio professore che si lancia in fitte disquisizioni sulla scienza dell’allevamento degli ovini e molto altro.
Relativo come il tempo:

In quella casa il tempo scorreva in modo strano. Come l’antico orologio a pendolo nel soggiorno, che chiunque entrasse poteva ricaricare. Finché le catene non erano del tutto srotolate, il tempo veniva scandito regolarmente. Ma quando in casa non c’era nessuno e i pesi arrivavano in fondo, si fermava. E spezzoni di tempo fermo si accumulavano sul pavimento, formando strati di vita senza colore.

Come se normale fosse l’epilogo della vicenda – in alcun modo spiegabile. L’unica cosa certa è l’antico adagio della ricerca umana, e nonostante la risposta non venga fornita alla fine di questo serissimo gioco, le connessioni continuano a funzionare, riportandomi ai cronopios del mio amato Cortázar, quelli che «se incontrano una tartaruga le disegnano una rondine sul guscio per darle l’illusione della velocità». Mi piace pensare che Murakami abbia immaginato una pecora con una stella sul vello (costruendoci intorno una storia) per darci l’illusione del cielo, del sogno, di una dimensione perduta che preme ai margini delle nostre banalità ordinarie per stanarci con urgenza e istigarci a cercarla, e a trovarla a ogni costo. Dance, dance, dance, ma questa è un’altra storia – oppure no.

 


Haruki Murakami
Nel segno della pecora
Einaudi (Super ET), Torino 2013

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Questa voce è stata pubblicata il 20 settembre 2017 da in Boris Vian, Haruki Murakami, Jorge Luis Borges, Julio Cortázar con tag , .

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