Squilibri

Leggo per legittima difesa. E per trovare domande

Chi sono

[Folgaria (Tn), estate 1969]

Non finirò di decifrare le antiche lingue del Nord,
non tufferò le mani ansiose nell’oro di Sigurd;
il còmpito cui attendo è illimitato
e dovrà accompagnarmi fino all’ultimo,
non meno misterioso dell’universo
e di me, l’apprendista.

(J.L. Borges, da Un lettore)

Sono una che legge. Ed è l’unica cosa che so fare.

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A parte questo, sono nata a Napoli nel 1964, ho abitato in molti luoghi, da trent’anni vivo a Bari a trenta metri dalla spiaggia con un marito, due figli, un mutuo da estinguere e un continuo desiderio di partenze e ritorni. Ho una laurea in Lettere, una Specializzazione in Storia dell’Arte (con relativa abilitazione all’insegnamento praticamente inutilizzata), ma avrei voluto portare a termine anche il corso di studi in Architettura. Conosco l’ebbrezza del windsurf nell’Adriatico e nell’Oceano, quella dei pattini da ghiaccio, del parapendìo e del tiro con l’arco. Sono stata discreta sciatrice, archeologa entusiasta, libridinosa medievista, avvilita docente nelle scuole superiori, guida turistica indefessa, pedante catalogatrice di opere d’arte, interprete trilingue a tempo perso, hostess di volo rinunciataria, comparsa a teatro. Aspirante plurima, insomma.

Ma erano altri tempi e altre aspettative.

Vittima della mia obsoleta formazione umanistico-linguistica, ora i libri sono la mia vita. Amo in modo sconsiderato Borges, Calvino, Eco, Cortázar e Montale, la musica antica, quella “celtica” e quella brasiliana, il jazz, il canto e i miei pazientissimi maestri, il gelato al pistacchio, gli incontri, le coincidenze, le meraviglie. Onnivora per vocazione e per contratto, mi nutro di parole e pensieri altrui, di scrittura e immagini, lavorando in una casa editrice della mia città nel ruolo di responsabile della Redazione. Scrivo e pubblico ancora qualcosa di “serio” (e inutile) con l’Università, ma soprattutto cose di turismo e beni culturali della mia regione.

In realtà sogno di mollare tutto e finire i miei giorni in un’isola dell’Egeo vivendo di poco e niente.
E di morire ridendo.

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p.s. Non so se sia peggio chi condivide in modo molto social – e soprattutto à la page – ogni starnuto, prurito o borborigmo (fisico e mentale) oppure tutti quelli che si affrettano con esultanza (e un pizzico di piaggeria) ad alzare il pollice per il suddetto evento. Fatto sta che le persone, a furia di massaggiare il proprio ego, mantenere le distanze e occuparsi di vetrine, reti e connessioni virtuali, sono sempre meno capaci di fare due chiacchiere di fronte a un caffè, sostenendo uno sguardo. E sempre meno capaci di emozionarsi di fronte alla sorpresa di un incontro (con un proprio simile, ma anche con un luogo, una musica, un profumo, un sapore).

Io sono incomprensibilmente desueta (agli occhi dei più), ovvero felicemente démodé (ai miei medesimi). Confortata da un manipolo di amici convinti (con cui ogni volta che sia possibile si mangia e si beve insieme e ci si guarda negli occhi), non amo Facebook (me ne servo per una sorta di esperimento, e neppure a mio nome), la sua trappola di condividere ad ogni costo, la sua dispersione (di tempo, energie ed emozioni), la sua finzione, il suo comodo orizzonte illusorio di connessione universale (quando invece si è soli, davanti a un monitor e lontani da qualsiasi resto del mondo). Soprattutto l’illusione di una quantità di rapporti umani inversamente proporzionale alla sua qualità. Decisamente il contrario di come la penso e la vivo: basta leggermi (=conoscermi) un po’ e non serve dire perché.

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