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I volatili del Beato Angelico

beato-angelico-annunciazioneLasci che le dica una cosa. Non creda troppo a ciò che affermano gli scrittori: essi mentono quasi sempre. [...] Ciò che lo scrittore esibisce di se stesso non sono le sue segrete grazie, ma i fantasmi che lo assediano, la parte più brutta di se stesso: le sue nostalgie, le sue colpe e i suoi rancori. Forse noi scrittori abbiamo semplicemente paura.

Il Beato Angelico di Tabucchi che apre questa breve raccolta di racconti è semplicemente un tenerissimo fra’ Giovanni da Fiesole – sorpreso da certe «rassomiglianze che fanno sorridere» – alle prese con gli angeli di alcuni suoi noti dipinti, prelevati di peso dall’allucinazione e dal sogno.

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Mi riconosci

mi riconosciMi riconosci è la storia di un’amicizia speciale, tra dolore per la perdita e volontà di rendere omaggio all’amico-scrittore-maestro scomparso esattamente un anno fa. Inizialmente sono rimasta perplessa: non ero sicura che mi piacesse quella coincidenza di voci, tale che a tratti pareva che la scrittura di Bajani e il suo modo di posare lo sguardo sulle cose avessero l’ambizione di riecheggiare così tanto Tabucchi, le sue atmosfere sospese e il suo modo di abitare la saudade.

Poi ho capito. Leggendo le righe che lo stesso Tabucchi dedica a Bajani nella sezione “Scrittori d’oggi” della sua ultima fatica, vera e propria summa delle storie e delle geografie tabucchiane e di una vita all’ombra del tempo che (si) consuma. Dove si dice di quella tipologia di scrittori che raccontano “dall’interno” e di personaggi di finzione – vicari di chi scrive – che si assumono «il compito di portare dentro di sé le emozioni, i sentimenti e le memorie altrui». Fino all’ultima pagina, quella del ritorno: «se alla “verità” della realtà o alla commedia della vita non lo sappiamo».

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La migliore offerta

tornatore

[...] I sentimenti umani, come le opere d’arte, si possono simulare [...]

Vedere l’ultimo film di Tornatore dopo avere letto il libro non toglie nulla al piacere della visione, anche se il lettore conosce già gli esiti della vicenda. Sarà perché le pagine sono sufficientemente potenti da evocare perfettamente le immagini. Sarà perché il “soggettone”, ovvero una delle tappe all’interno della lavorazione del film, nasceva dalla necessità di fissare la trama ma era anche il punto di arrivo di una storia incubata a lungo, come lo stesso regista racconta. Dunque non si tratta di valutare il libro in sé, quanto il suo ruolo all’interno della genesi della storia e gli spunti di riflessione che esso offre (a prescindere dal film, molto bello e molto ben interpretato).

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Tutto passa

caffe_tempoTutto galleggia, il corpo, la memoria.

Louise è un nome ricorrente tra i personaggi. Anche certi luoghi e certe atmosfere ritornano. Nell’idea dell’autore ciò è tutt’altro che casuale, e sottintende il legame sottile tra storie che altrimenti appaiono assolutamente indipendenti. Dietro il titolo di Tutto passa ci sono infatti nove racconti di atmosfere sospese e ingannevoli, nove spartiti di variazioni sul tema, nove storie di tempo, domande e percorsi di vita paralleli, nove indagini sui ricordi, le tracce, i frammenti che, a dispetto del tempo che scorre, abitano e ingombrano le nostre vite.

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Matto d’autore

scacchiOgni scelta implica, di per sé, l’abbandono di tutte le alternative. Se non fossimo costretti a scegliere, saremmo immortali.
(P. Maurensig, La variante di Lüneburg)

A Maurensig, alla sua passione per gli scacchi e al suo profondo debito con Zweig, l’onore di varare Short, collana dell’editore Barbera dedicata a storie brevi e d’autore. A vent’anni dalla fortunata consacrazione, la vita tracciata sulla scacchiera di personaggi capaci di «giocare all’inferno» ritorna con un racconto ambientato a fine Ottocento in un angolo riposto d’Alto Adige, protagonisti un giovane parroco in lotta contro le tentazioni e un vecchio ebreo sfuggente e impenetrabile. Quest’ultimo – manco a dirlo – praticamente imbattibile negli scacchi e decisamente maestro di regole e tattica.

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Dentro

bonvissuto_dentroSempre più spesso di fronte ad un’opera prima mi capita di leggere: un esordio folgorante. A farci caso è l’aggettivo più ricorrente, che non lascia spazio a cautele o mezze misure. Probabilmente sbagliando (ma di mancate folgorazioni è lastricata la giornata di ogni lettore volenteroso e testardo, almeno da quando la via di Damasco si è fatta pericolosa), scattano dentro di me tutti i possibili meccanismi di difesa: diffidenza, sospetto e automaticamente necessità di andare oltre il sentito dire (la critica più o meno autorevole, i megafoni dei gruppi editoriali, gli amici degli amici del fortunato esordiente o più semplicemente le affollate comunità di lettori del web). Nonostante i vent’anni abbondanti di lavoro sul campo, l’universo dell’editoria mi riserva ancora molti lati oscuri – o forse no.

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L’incontro

Qui si narrano le storie impolverate di vecchi che dopo cena accostano le sedie della cucina ai muri in strada per raccontare, si narrano i santi e i patroni di un angolo di provincia remoto ma dal sapore riconoscibile, si narra di liturgie popolari che riempiono le narici di incenso.

Nella vita di molti di noi, soprattutto di quelli che sono stati bambini prima dei videogiochi, della Playstation e dei cartoni animati giapponesi, ci sono stati lunghi pomeriggi di giochi all’aria aperta dentro il frinire di cicale, interminabili estati di corse in bicicletta, di ginocchi sbucciati, sfide di abilità tracciate sull’asfalto con pietre e gessetti e vincoli solidali suggellati dall’annullamento dell’identità maschile/femminile e da margini di libertà inimmaginabili – oggi – dentro l’effimero miraggio impigliato nella rete social.

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Tre volte all’alba

Accade talvolta che in un libro siano citati altri libri, spesso ben noti, altre volte inesistenti. Libri immaginati, mai o non ancora scritti, in ogni caso talmente “necessari” che se mai l’autore decidesse di scriverli davvero sarebbe un successo. Sicché la migliore presentazione per l’ultima uscita firmata da Alessandro Baricco sta nelle pagine del suo recentissimo Mr Gwyn, nel momento cruciale in cui la coprotagonista Rebecca tenta di capire dove mai possa nascondersi Jasper Gwyn, scrittore di ritratti, dopo la sua uscita di scena. E dove altro, se non nel «ritratto che qualsiasi pittore prima o poi prova a fare – quello a se stesso»?

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Vicolo del Precipizio

Cortona è il profumo dell’olio d’oliva sul pane, è il volto duro di vecchi che giocano a carte in un bar e che ti guardano male se entri e vedono che non sei del posto, Cortona è com’era mia madre fino a poco tempo fa, ha il tempo contato, Cristo, perché il mondo sta correndo troppo e sta perdendo la memoria.

Nei rituali di Tiziano, scrittore riluttante e ultimo nato dalla penna di Remo Bassini, c’è un’esattezza quasi maniacale e inquietante: nella mano che sorregge la tazza di caffè – non un coccio qualunque, ma un relitto di tempi altri – in quella che trincia i Toscani, nei capelli lavati di fresco, nella compagnia della gatta, nel ticchettio dei tasti del computer, nella notte sgranata al minuto e attraversata maneggiando fotografie, voci, fantasmi, nel «vivere come se scrivesse anche quando non scrive».

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