Archivi tag: Squilibri sincronici

Sentimento del tempo

Dino Buzzati
28 gennaio 1972

Una immensa piazza, dunque, con intorno un’infinità di case, questa è la vita; e, in mezzo, gli uomini che trafficano fra di loro e nessuno riesce mai a conoscere le altre case; soltanto la propria e in genere male anche questa perché restano molti angoli bui e talora intere stanze che il padrone non ha la pazienza o il coraggio di esplorare. E la verità si trova soltanto nelle case e non fuori. Cosicché del restante genere umano non si sa mai niente. L’uomo passa distratto in mezzo a questi infiniti misteri e ciò non sembra poi dispiacergli eccessivamente.

(da In quel preciso momento, 1950)

Ho la febbre / e tremo. Fermo ai piedi / dell’orologio pubblico / sotto la pioggia che cade. / Segnava le sette / quando cominciai ad aspettare / ora le sfere segnano ottanta / centocinquanta, duemila / tre miliardi di ore come massi / di piombo. Io ancora qui / che aspetto e le ore e i giorni / e gli anni. / E tu non vieni, amore.

(da Il capitano Pic e altre poesie, 1965)

Divertimento

La mucca che fieramente vi osserva dalla copertina appartiene ad una speciale costellazione bovina e rappresenta una sorta di sineddoche divertita. E voi siete al di qua di una tenda che ha un buco nella trama e fa da cornice ad un quadro che altrimenti vi sarebbe sfuggito sotto un’alluvione di parole.

Siete dentro Buenos Aires ma non potete saperlo, perché il Vivi come puoi gravita in una galassia benedetta dallo sguardo della dispersione dall’altra parte dello specchio.

E questo breve post è un plagio, del tutto temporaneo (a causa del mio essere “fuori sede” in questo momento), in attesa di raccontarvi di questo divertimento – che ho avuto la fortuna di godere in anteprima – da oggi in libreria per la gioia di tutti gli appassionati dei labirinti reali e mentali che si sottraggono con successo alla famigerata logica interna delle cose.

«Non vedi le mie mucche? Una plagia l’altra, sedici plagi in bianco e nero; il risultato, una stupenda cartolina in stile idiota. Un capolavoro».

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Midsummer

Four days will quickly steep themselves in night:
Four nights will quickly dream away the time.

(I, I, 7-8)

Teseo e Ippolita, ormai prossimi alle nozze, attraversano questa notte in cui tutto può accadere riflettendo sulla consistenza del sogno, dell’immaginazione e della poesia. Cose da lunatici e amanti – date le circostanze – ma anche da quei lettori smarriti che si diventa a perdersi tra una recita e l’altra, affacciandosi dal palcoscenico sul sogno a occhi aperti, senza sapere più cosa sia reale e cosa no, procedendo infine verso l’alba attendendo che la luce fughi le tenebre e restituisca alle cose la parvenza di sempre. Cose che – tuttavia – la traccia residua del sogno impedirà di guardare come prima.

A tutti noi che pensiamo di aver solo dormito, e che la visione sia frutto di fantasia, la regina delle Amazzoni suggerisce: «Four nights will quickly dream away the time». Una bella immagine frutto di un’ellissi quasi intraducibile nella quale il tempo trascorre e si allontana perché sognato: «Velocemente, quattro notti sogneranno via il tempo», lasciando inalterati il rincorrersi e il fuggire tra i vari piani del mondo, a recita finita e luci spente, come nel sogno di un sonno vero.

Bloomsday

Sceso giù in strada mi trovai ancora una volta sperduto, pur qui, nel mio stesso paesello nativo: solo, senza casa, senza meta.

Stamattina Ulisse è salpato da Itaca dopo aver fatto colazione con Penelope e si è recato ad un funerale. La sua odissea cittadina gli ha fatto sfiorare brevemente Telemaco nella sede di un giornale, alla biblioteca nazionale e infine nel quartiere più malfamato.

Il destino ha fatto poi in modo che proprio lì avvenisse l’incontro – quasi un salvataggio – e che Ulisse conducesse quel figlio inconsciamente cercato a casa sua, dove hanno parlato di letteratura, di donne, di assassini e suicidi.

È notte, stanno ancora parlando, e tra poco il giovane artista riprenderà il mare alla volta della sua terra promessa. Mentre Penelope è già a letto, e nella sua mente infedele affiorano pensieri in disordine sparso spinti da una corrente ingovernabile, senza logica interna che non sia quella della prima persona, senza pause né relazioni, cause, effetti.

Un tempo raggrumato e residuale contro il quale il flusso si frange appena, mentre l’iniziale “no” rovina verso la chiusa, e il giorno (e un mondo) muore… yes.

– Ma voi, insomma, si può sapere chi siete?
Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi e gli rispondo: – Eh, caro mio…
Io sono il fu Mattia Pascal.

Vento e destino

Il 4 dicembre di 131 anni fa nasceva Rainer Maria Rilke. Il 4 dicembre di cent’anni fa, giorno del suo trentunesimo compleanno, egli arrivava a Capri per un soggiorno che sarebbe durato sei mesi e nel quale il paesaggio intoccato dell’isola e la discreta presenza delle sue ospiti avrebbero favorito la sua spasmodica ricerca di quiete e sintonie.

Una ricerca che taglia trasversalmente le domande cardine dell’esistenza, persegue la congiunzione con gli orizzonti e il dialogo con le lontananze, e si interroga sul senso della vita, della morte, della poesia, di ogni cosa “che passa” insieme al vento, al mare, agli alberi e alle pietre, ai vivi e ai morti, e “che appartiene” ad un unica realtà.

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Dentro, le immagini

Otto anni fa, il 5 ottobre 1998, moriva Federico Zeri.

A onorarne la memoria e l’opera di una vita intera arriva a Bologna la Fondazione che ne porta il nome, sistemata nel restaurato convento di Santa Cristina, un complesso architettonico di età rinascimentale adeguato per l’occasione e completamente funzionale ad ospitare “grandi numeri”.

Come quelli della biblioteca di Zeri, composta da circa 90.000 volumi tra libri d’arte, riviste e cataloghi. E soprattutto quelli della fototeca, più di 290.000 immagini provenienti dall’archivio privato del grande storico dell’arte, inventariate, schedate, digitalizzate e trasferite online grazie ad un’accurata catalogazione in corso ormai da tre anni, che ha già raggiunto l’obiettivo della fruibilità per 22.000 fotografie e ne conta altre 40.000 in corso d’opera.

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I libri del diavolo

Libri proibiti, libri diabolici, quindi da non perdere in nessun modo.

Per quattrocento anni chi avesse voluto sapere quali fossero i libri assolutamente indispensabili per capire il mondo avrebbe dovuto rivolgersi a quello strumento di censura, intolleranza e paura che fu l’Index Librorum Prohibitorum, vera e propria miniera di capolavori periodicamente incendiati in piazza.

Fino al 14 giugno di quarant’anni fa, quando il Vaticano decise di abolirlo*.

Nel ricordare, oggi, questo anniversario (senza troppi entusiasmi per un futuro sul quale incombono le ombre di indici sempre più subdoli e temibili) resta sempre piuttosto interessante scoprire quali e quanti autori avessero l’onore di far parte della lista nera dei censurati e dei condannati.

Continuando a chiedersi cosa ci sia nei libri per cui valga la pena di morire.

* qui il documento in formato PDF.

Dietro l’immagine: un Venerdì Santo

holbein ambasciatori

Quando nel 1987 uscì per i tipi di Longanesi il suo fortunato volume sull’arte di “leggere l’arte”, Federico Zeri aprì la sua prima conversazione con questo celebre dipinto di Holbein il Giovane, noto con il titolo di I due ambasciatori. In quel contesto gli interessava semplicemente far emergere quale peso potessero avere nella valutazione ed interpretazione di un’immagine – al di là di un primo livello di lettura – certi riferimenti culturali (scontati per l’epoca, un po’ meno per noi), certi precisi codici simbolici e iconografici, quella grammatica iconologica di cui Aby Warburg tenne massimo conto sin dai primi anni del Novecento e che ha permesso di elaborare un metodo critico serio e documentato che riserva tuttora nuove sorprese. Complice il passare del tempo, la dispersione di tante chiavi di lettura e l’oblio nei confronti della maggior parte dei significati simbolici propri di certi codici e di certa comunicazione.

Di qui alla tentazione dell’”enigma” il passo sarebbe breve. Ma lo scenario di Holbein è assolutamente “reale”.

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No party

Donne al rogo
dal “Manifesto” del 25 febbraio 2006

di Mariuccia Ciotta

La chiave non è stata trovata subito.
Il padrone della Kts Textile Mills di Chittagong, Bangladesh, l’aveva messa al sicuro, al contrario dei 500 operai del turno di notte che al sicuro non ci stavano affatto. Anche le finestre erano chiuse per impedire che qualcuno lasciasse il lavoro. Così ieri sono morti in 65 (bilancio provvisorio, centinaia i feriti), la maggioranza donne, ma l’odore di bruciato non è arrivato fino a noi, tanto che i telegiornali hanno ignorato la notizia nei titoli di testa. Quella fabbrica è lontana, dove sta Chittagong sulla cartina geografica? Così lontana anche per le condizioni disumane, ottocentesche, antisindacali in cui vivono i lavoratori che hanno visto i rotoli di stoffa sparsi qua e là avvampare per lo scoppio di un radiatore elettrico, e provocare un rogo improvviso, senza via di fuga, senza scampo. Erano le 5.30 del mattino e le fiamme si sono propagate rapidamente in tutto il fabbricato tanto che i vigili del fuoco dopo dodici ore parlavano di numerosi corpi da recuperare sotto le macerie. Molti operai sono rimasti bloccati da ondate di fuoco e di fumo, alcuni hanno sfondato le finestre e si sono gettati dal terzo piano.

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