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Una visita guidata

Solo quello che vedi con la coda dell’occhio ti tocca nel profondo.
(E.M. Forster)

Se siete tra quelli che, in visita ad un museo, attraversano in fretta una stanza puntando dritti ad un’opera d’arte e – una volta al suo cospetto – avvertono (pur con qualche imbarazzo) l’irresistibile desiderio di portarsela a casa, niente paura. Siete solo sensibili all’aura che essa emana e avete in lui un compiacente compagno di merende…

Che per l’occasione racconta il suo rapporto con alcuni capolavori della pittura di ogni tempo complice una visita attraverso la National Gallery, celebrando la sua personale idea di arte come incontro, ovvero di esperienza intima e privata in luogo pubblico, al limite tra due sfere che sono spesso due abiti e due identità, e che ne fanno mistero e fascino, esperienza non completamente comprensibile neanche agli occhi di chi guarda.

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Mendel dei libri

In quel fantastico capolavoro architettonico che era la sua memoria doveva aver ceduto un pilastro, e l’intero edificio si era sgretolato.

La quarta di copertina – come spesso accade – inganna: «La storia di un uomo che forse non ha letto tutti i libri, ma che tutti li conosce. Il sovrano di un mondo parallelo – un mondo di carta». Mi appare riduttiva almeno quanto l’opinione di Paola Capriolo nelle colonne del «Corsera» di due giorni fa. Perché Mendel (il libro e l’uomo) non è solo questo. O meglio: non solo questo vi è scritto nella storia e tra le righe che non possa essere percepito, anche dal lettore più distratto.

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Per altri versi

Der arme Poet«Poesia è singolarità, evidenza, precisione. Poesia è flusso ritmico. È amore del mondo fisico. Dà corpo a pure idee. Poesia è verità, è gioco, allucinazione, puro suono. Induce sogni, guarisce dai sogni. È invenzione di forme. O riprende forme tramandate da decenni e da secoli. È condensazione di significati. È rarefazione del significato. È associazione fonica. È densità semantica. Sospende la comunicazione, rende più efficace la comunicazione. Spezza le convenzioni, preserva le convenzioni. Innova e sorprende. Echeggia e ripete… [...]

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La fanciulla, il gatto, lo specchio

Balthus

Martigny, Fondation Pierre Gianadda
16 giugno - 23 novembre 2008

«I suoi temi riguardavano soprattutto le sottili perversioni quotidiane, la vita della strada o negli interni borghesi, le gite in montagna solo apparentemente innocenti. Schivo e isolato, l’artista non concede interviste, vieta ai fotografi di riprenderlo e si racconta che, in occasione di una sua retrospettiva alla Tate Gallery di Londra, egli abbia preteso che in catalogo non venissero inserite altre notizie biografiche oltre alla frase: “Balthus è un pittore del quale non si conosce nulla“».

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[Ri]letture

Dietro l’imperturbabile bellezza di questa Madonna e del suo Bambino imbronciato e pensoso – pannello centrale del Trittico di San Domenico di Carlo Crivelli – c’è anche una storia di avventure rocambolesche, viaggi, smembramenti e manomissioni. È il mio “punto di fuga” di giugno, che potete leggere qui grazie alla amichevole ospitalità di Fulmini e Saette.

Per la ri/lettura delle “mie” donne pericolose (quelle che leggono e sognano abitando molti “altrove”) ringrazio invece Habanera e il suo prezioso Nonblog.

Coincidenze sincroniche

«Cinque minuti», disse Marcel tirandosi su.
«Fra parole e silenzi. Come da contratto».
«Dobbiamo usarlo bene questo tempo».
«Sta a noi».

Potrei dirvi che H è un’isola in balìa della luna, ma dovrei dirvi anche che è una terra divisa in due e che amori e accoppiamenti accadono proprio in quella “terra di mezzo” soggetta ai capricci delle maree.

Potrei evitare di indicare in questa “divisione” la scontata metafora della vita umana e dedicarmi – magari – al gioco di infinite coincidenze sincroniche [e inevitabili] di cui si è vivi, che fanno di ogni nuova combinazione tra vite in bilico una sorpresa e di ogni coordinata spazio-temporale un brandello sfilacciato e relativo.

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Correggio e l’antico

Correggio e l’antico

Roma, Galleria Borghese
22 maggio - 14 settembre 2008

«Ed egli fu il primo che in Lombardia cominciasse cose della maniera moderna: per che si giudica, che se l’ingegno di Antonio fosse uscito di Lombardia e stato a Roma, avrebbe fatto miracoli, e dato delle fatiche a molti che nel suo tempo furon tenuti grandi. Conciosia che essendo tali le cose sue, senza aver egli visto delle cose antiche o delle buone moderne, necessariamente ne seguiva che se le avesse vedute, avrebbe infinitamente migliorato l’opere sue, e crescendo di bene in meglio, sarebbe venuto al sommo de’ gradi».

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[Co]incidenze

Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico si definirà un non-luogo.

“Chi è legato non è contento”, osserva Solimano nel suo commento al post precedente, e l’occasione di riflettere su rapporti e legami conduce alle storie personali e alla loro incidenza sulla prospettiva da cui si osserva il porsi in relazione con l’altro, anche semplicemente un interlocutore. Incidenze e coincidenze, magari di letture recenti.

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Spavento e magia

Vivere bene e vivere felici sono due cose diverse. E la seconda, senza qualche magia, non mi capiterà di certo.
(W.A. Mozart, citato in esergo)

Non è necessario che un libro cambi la nostra vita. Ad accontentarsi di molto meno succede che lo si chiuda sorridendo, rammaricandosi per tutti coloro i quali – al contrario – ostentano sufficienza (quando non fastidio) per le cose troppo semplici.

Non è la prima volta che Milena Agus sfida la letteratura che si prende sul serio senza neppure saperlo. In questo caso lo fa con una storia raccontata attraverso gli occhi e le riflessioni di una ragazzina, ancora una volta intrisa dei profumi e dei colori di Sardegna e ritagliata intorno ad una fitta rete di legami familiari e affettivi.

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Rumorose solitudini

«Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiarsi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari».

Ho dovuto rileggerlo, questo libro, per capire perché mi attirasse e nel contempo mi respingesse. Cercare tra le infinite chiavi quella capace di scardinarne almeno il titolo, fare di quella solitudine e di quel rumore una ragione plausibile soverchiando l’inquietudine.

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