Stabat Mater
«Signora Madre è notte fonda. [...] Guardate questi fogli, pieni di musica e parole: assomigliano alle mie giornate. Il tempo non è mio, il mio tempo non mi appartiene. Da quando sono nata debbo fare quello che mi dicono qui dentro, e così le cose che mi stanno a cuore devo riuscire a metterle negli spazi che restano, nelle intercapedini che per caso rimangono vuote. Vi penso dove posso, quando posso, fra una cosa e l’altra. Siete talmente importante che vi metto dappertutto. [...] Signora Madre, se vi scrivo anche dentro il pentagramma è perché non trovo altri fogli per voi, ma forse anche perché questa parole sono la melodia del mio pensiero che vi canta».
Càpita di amare un libro in tempi non sospetti, sottotraccia, e d’improvviso ritrovarlo tra premi e lustrini, polemiche e invidie, sulla bocca di tutti, e non riconoscerlo nell’attenzione tributata dalla moltitudine ostinandosi – invece – a farlo nell’esclusività delle ragioni del proprio amore. Francamente le polemiche di queste ore avrebbero un senso solo se servissero a vedere ripubblicata e disponibile l’intera opera di Anna Banti, della quale ho seri dubbi che i più abbiano sentito parlare o magari letto almeno una pagina prima d’oggi. Le polemiche – dicevo – non mi interessano granché, se non per riflettere ulteriormente sul vizio capitale più frequentato tra gli esseri umani e soprattutto tra coloro che scrivono (avendone la stoffa o meno).
Das letzte Stück
«Adesso che E la nave va è finito, non sono più in grado di dire quale era il sentimento originario. Ricordo che parlavo di personaggi dal fascino struggente, come quello che hanno le fotografie di persone sconosciute. Dicevo di voler fare un film con lo stile delle prime pellicole, che doveva essere tutto in bianco e nero, anzi rigato, con macchie di umidità, come in un reperto di cineteca. Un falso, insomma, e proprio questo mi seduceva, perché penso che il vero cinema debba essere così. Forse questa volta ho impiegato un pochino più di tempo nella scelta delle facce. Mi pareva di aver bisogno di volti che potessero verosimilmente sembrare quelli di persone che non esistono più, scomparsi nel tempo, e che ci toccano, ci incuriosiscono, perché quel modo [...] di remota lontananza, di toccante estraneità [...] di fissarci con uno sguardo perduto per sempre, con la voglia di rivelarci il senso di una storia, il racconto di un’esistenza».
(Federico Fellini, L’arte della visione, Donzelli, Roma 2009)
Il libro degli elogi
Forse, in ultima analisi, la storia della lettura è la storia di ciascun lettore.
Elogio della Bibbia: che lo si consideri uno dei libri di Dio o soprattutto una creazione dei suoi lettori (poiché ogni traduzione è una lettura), è un libro a tutti gli effetti e pertanto sottoposto a giudizio del lettore, che può trovarlo ripetitivo ma anche ammettere che come primo tentativo di un autore alle prime armi, questo libro del mondo non sia niente male.
Elogio del libro tascabile: pensando a quelle pagine intime che amiamo portarci in un caffè solitario, al mare o a letto e che scandiscono le ore più lievi della nostra vita. Come ogni lettore avveduto sa, al di là dei tomi monumentali e delle legature altere e prestigiose, le virtù di un libro, ben al di là delle parole che contiene, risiedono nella sua capacità di accompagnarci. […] L’essere «tascabile», per quel che riguarda un libro, è una qualità che lo trasforma in una parte del nostro corpo, come sarà, una volta che l’avremo letto, parte del nostro spirito. Un toccasana per questi tempi di solitudini inventate e benestanti, in cui risuona attualissima la frase che Manguel ricorda attribuendola a John Adams che l’avrebbe pronunciata nel 1781 all’indirizzo di suo figlio: “Non sarai mai solo se ti porti in tasca un poeta”.
Il giorno prima della felicità
La libertà uno se la deve guadagnare e difendere.
La felicità no, quella è un regalo, non dipende se uno fa bene il portiere e para i rigori.
La felicità: come mi permettevo di nominarla senza conoscerla? Suonava svergognata in bocca a me, come quando uno si vanta di conoscere una celebrità e la chiama col suo nome, dice Marcello, per indicare Mastroianni.
Napoli, anni Cinquanta del secolo scorso. Un ragazzo, detto lo Smilzo ma anche ‘a Scigna (la Scimmia), incontra don Gaetano, portiere tuttofare con il dono di leggere i pensieri altrui, destinato a diventare per lui amico, padre e maestro. Entrambi orfani, seppure di generazioni diverse, si incontrano in una città che per loro è madre e appartenenza.
T’aggia imparà e t’aggia a perdere, dice Napoli ai suoi figli, quando ti avrò insegnato ti dovrò abbandonare, ripete don Gaetano allo Smilzo senza nome, tra un profumo di pasta e patate e un giro di scopa a carte in attesa che il paziente e quotidiano apprendistato a vivere lo porti a vincere la sua prima partita. Perché la felicità, il più speciale dolore, una fitta agli occhi e uno squaglio di cioccolata in bocca, è anche un amore sbagliato ma cercato da sempre, mentre l’amicizia si confonde con la storia della città insorta contro i nazisti nel settembre del ’43. Storia di resistenza e conquista di libertà che don Gaetano racconta, testimone di una felicità indimenticabile.
Don Gaetano mi passava le consegne di una storia. Era un’eredità. I suoi ricordi diventavano ricordi miei. Riconoscevo da dove venivo, non ero figlio di un palazzo, ma di una città. Non ero un orfano di genitori […] Mi aveva trasmesso l’appartenenza. Ero uno di Napoli, per compassione, collera e pure vergogna di chi arriva tardi a nascere.
Un’età ferita
– Non c’è stato molt’altro nella vita.
– No, è quasi tutto laggiù.
Non solo liste di oggetti cari o enumerazioni nostalgiche. Il ricordo dell’infanzia restituisce a volte anche un certo modo – irripetibile – di avvicinare la realtà. Cosa accade al lettore in erba, capace di scegliere dalla biblioteca di casa – per sfinimento e dopo mille esitazioni – il libro da divorare «con gaudio immediato e invereconda immersione»? Cosa accade se a lettura conclusa, «proprio nel momento indifeso che succede all’illusione fantastica, quando da quel lusso siamo restituiti alla necessità della nostra vita e abbandonata una pienezza di significati non ne abbiamo ancora recuperata un’altra», ci viene offerto in dono proprio quel libro appena riposto sullo scaffale?
Quanta stella
Mi farebbe bene se mi lasciassero parlare, anche se non c’è lingua in cui raccontare o scrivere. Le parole normali non possono far capire quello che ho vissuto e visto: dire terrore, orrore, paura, dolore, sofferenza, fame, freddo non esprime quel freddo, quella fame, quel terrore.
Anita non ha ancora 16 anni ed è una sopravvissuta. È lei stessa a domandarsi chi sia, dopo la deportazione, a definirsi di volta in volta «vita salvata», «fuggiasca», «straniera tra dispersi», «persa» e a trasmetterci questa sua condizione di fuga e deriva attraverso la difficoltà a comunicare e a comprendere ciò che le gira vorticosamente intorno. Anita è una sopravvissuta senza radici, luoghi e lingua, costretta ad assecondare circostanze ed esseri [dis]umani che la tragedia della guerra ha reso affamati, ciechi e sordi di fronte all’amore. Circostanze ed esseri in cui la parola shalom non è «che una parola qualsiasi, piatta, stecchita dall’uso, mentre le parole “guerra”, “odio” le sentivo vive».
La incontriamo, priva di sogni e di effetti personali, su un vagone di terza classe che somiglia a un girone di dannati danteschi, «viaggiatrice clandestina» che si lascia alle spalle l’orrore del campo di sterminio e la solitudine dell’orfanotrofio alla volta di una geografia che le è totalmente ignota ma che tuttavia percepisce come intollerante e pronta all’aggressione.
How long
Torino, Fondazione Merz
9 aprile – 7 giugno 2009
“Per anni non ho avuto uno studio. Raccoglievo il polline dall’inizio della primavera fino ad agosto-settembre e poi, in autunno inoltrato, cominciavo ad essere davvero libero, non essendo legato ad alcuno spazio. Il mio studio era lì dove raccoglievo il mio polline“.
Quanto tempo richiedono centinaia di piccole montagne di riso e una linea di piramidine di polline, una materia fluttuante, provvisoria, lieve, una materia che l’artista non crea, naturale eppure fuori della natura? Tanto tempo e pazienza. Una liturgia di gesti. E mani che reinterpretino le forme e ridistribuiscano le sequenze, scrivendo brani di tempo e di spazio nuovi. E riso che non sia più cibo per il corpo ma qualcosa che appartiene all’armonia dell’universo e delle sue leggi.
Che cosa sarebbe la virtù senza la pazienza? Soltanto buon carattere. Ma in un certo campo di attività questo non basta e non rende. Può addirittura essere letale. Un certo campo di attività richiede pazienza, un mucchio di pazienza. Forse perché è l’unica virtù facilmente riconoscibile in un certo campo di attività, quelli che vi lavorano coltivano la pazienza in tutti i modi possibili, ossessivamente.
(Iosif Brodskij, Profilo di Clio)
Terrae motus
Quella notte stessa ricevetti le prime telefonate. Gli artisti chiedevano: possiamo fare qualcosa? Subito ebbi l’idea che l’arte c’entrava in qualche modo. Si doveva rispondere all’evento catastrofico. C’era dell’energia nell’arte, tanta energia da potersi contrapporre a quella scatenata dalla Terra.
[Forse perché la mia storia personale ha una familiarità irrisolta con i terremoti e con le emozioni laceranti che questi eventi portano con sé. Forse perché tra il 1976 e il 1977 – al seguito del lavoro di mio padre – ero in Friuli e nel 1980 tra Irpinia e Basilicata a toccare con mano le macerie, le cose deprivate del loro nome e la vita che se n'era andata. Forse perché ricordo nei polmoni l'odore di polvere, briciole e silenzio che non ha uguali, lo stesso che emanano le centinaia di immagini che scorrono davanti agli occhi da ore. Forse. Ma è da stamane all'alba che la medesima emozione mi preme nuovamente addosso, e non solo per la consuetudine e l'affetto che mi legano alle terre d'Abruzzo. Forse perché ogni terrae motus non solo interrompe bruscamente storie ed esistenze ma costringe a guardare senza filtri le nostre barchette fragili, i gusci di noce inadeguati con cui affrontiamo il mare aperto. Ci sfolla tutti, ci rimette raminghi a transitare sotto il cielo, senzatetto. Ospiti, cittadini aggiunti, ultimi inquilini]
Dov’è quella stanza, ragazza di autunno dell’80?
Ogni vento portava la polvere di tufo
scossa dal terremoto e strofinata in faccia.
Dov’è la tua schiena al soffitto, arrossata
per le carezze di carta vetrata del giovane amaro?
Dopo di te cent’anni di pazienza.
Ora tra noi si recita l’età,
per disgusto di essere attraenti.
Qualunque destino è stato minore, perduto il migliore con te.
(Erri De Luca, ivi)
La febbre dei libri
Se le umane cose non sono che sogni, la vita di Alberto Vigevani – di cui ricorre oggi il decimo anniversario della scomparsa – dev’essere stata un sogno straordinario.
Scrittore, poeta («anzi: un poeta che ha scritto romanzi», secondo Lalla Romano), ma soprattutto editore e libraio antiquario, tra tutti i libri che ebbe la fortuna e la capacità di avere tra le mani amò proprio quell’Hypnerotomachia Poliphili ubi humana omnia non nisi somnium esse docet stampata da Aldo Manuzio nel 1499, e all’insegna del Polifilo consacrò tanto la sua libreria quanto la casa editrice da lui fondata.
Altri varchi
Esistono fotografie che prendono le distanze dalla logica puramente affermativa e non si accontentano della superficie delle cose, aprendosi bensì al mistero che attraverso le cose si fa visibile rivelando i paesaggi dell’anima. Immagini che tra visibile e invisibile riescono ad aprire un varco rendendo “esterno l’interno delle cose” – quasi come l’oro stretto nel pugno di Nagasawa.
Esemplare è la riflessione di Giovanni Chiaramonte – radicata nella tradizione delle icone di Rublëv e negli occhi di Tarkowskij – la sua attenzione mai destinata ad un oggetto preciso quanto a un mondo aperto e sospeso popolato da cose che alludono ad un inequivocabile “al di là da sé”.






Leggere compromette la stupidità



