Squilibri

[Leggo per trovare domande]

Sangue luminoso

Giorgione

Castelfranco Veneto, Museo Casa di Giorgione
12 dicembre 2009 – 11 aprile 2010

[...] il gran Vecellio sembra aver ricevuto da lui il segreto d’infondere nelle vene delle sue creature un sangue luminoso.
(Gabriele D’Annunzio, da Il fuoco)

A cinquecento anni dalla morte i protagonisti assoluti delle opere di Giorgione restano gli enigmi e i paesaggi, entrambi avvolti dal colore e dalla luce: valli, radure, boschetti, fiumi, colline, filari d’alberi, orizzonti sospesi, lontananze grigio-azzurre e significati sfuggenti al cui cospetto la presenza umana si adegua alle proporzioni ridotte di figurina di secondo piano.

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14 Dicembre 2009 Pubblicato da Stefania Mola | Gabriele D'Annunzio, Giorgione, Juan Manuel De Prada, Paolo Maurensig, Roberto Longhi, Sofocle | , | Ancora nessun commento.

La vita dei dettagli

Ogni volta che facciamo veramente attenzione distruggiamo una parte di male in noi.
(Simone Weil, Attesa di Dio)

Il dettaglio cattura l’attenzione?
O la disattenzione fa in modo che ci sfugga?
Vive di vita propria, il dettaglio, o è lo sguardo allenato alla cura che lo ritaglia amorevolmente attribuendogli un alito vitale capace di sopravvivere alle piccole morti che costellano la nostra esistenza?
Esistono infiniti frammenti che appartengono alla nostra storia e che con il tempo si sono trasformati negli innumerevoli fantasmi che agitano il nostro sonno di nostalgia e rimpianto, o apparteniamo solo ad uno dei tanti dettagli che si fermano nei nostri occhi di “collezionisti di perdite”?

Sono alcune delle domande che mi ponevo leggendo le pagine di Antonella Anedda, dopo essermi lasciata alle spalle i dipinti, i versi, le icone e i mondi da lei stessa suggeriti restringendo il campo sul particolare, sulla scomposizione e sulla ri/creazione che avviene quando un dettaglio – “liberato” dal quadro – diventa un altro quadro, scardinando la pretesa della visione globale e spalancando le porte ad infinite possibilità.

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11 Dicembre 2009 Pubblicato da Stefania Mola | Antonella Anedda, Elizabeth Bishop, Simone Weil | , , | Ancora nessun commento.

Molestie (riflessioni d’autore)

«Perché mai riescono quasi sempre una molestia ineffabile tali letture? Non parlo delle letture degli amici, benché il Leopardi includa anche queste nella condanna; ma di quelle degli sconosciuti che vanno a chiedere a uno scrittore, qualunque sia, un giudizio sul proprio lavoro. [...]

Irritante è per lui il contrasto ch’egli sente fra la fatica passiva e molesta a cui è costretto e il piacere quasi sovrumano e di paradiso che, come dice il Leopardi, prova visibilmente ognuno a leggere le cose proprie; il quale è un misto dei piaceri diversi che danno l’oratoria, la recitazione e l’esercizio della prepotenza sulla volontà del prossimo. [...]

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3 Dicembre 2009 Pubblicato da Stefania Mola | Edmondo De Amicis, Giacomo Leopardi | , | 8 Commenti

Il ronzio della mosca

«Il racconto nasce da uno “stato di tensione”, da una concentrazione di energie. Questa tensione, che forse appartiene più alla vita che alla letteratura, precede le preoccupazioni strutturali. Il “brusio del mondo” è l’humus da cui germoglia l’opera letteraria. I consigli pratici di Parazzoli sono preziosi: dal bloc notes per gli appunti alla prima fase di scrittura, che serve a dare sfogo a quella prima energia, ai vari modi possibili “di attaccarsi al treno che corre” (l’ispirazione, diciamo).

“Oggi si sente forte la necessità di avere una specie di concept da cui si sviluppa la trama, ma quando nel pensiero di chi scrive subentrano le richieste dell’editoria, si parte male. L’editoria oggi vuole dei bollini da marketing, un marchio riconoscibile da vendere: vuole la violenza o il sublime, l’aggancio alla realtà o il suo opposto, la trama forte eccetera. L’idea, piccola o immensa, da cui nasce un’opera letteraria scatta invece nel punto esatto in cui la linea orizzontale dell’esperienza interseca quella verticale dell’arte. Per Pavese è il ronzio della mosca dentro a un bicchiere…”».

[Paolo Di Stefano intervista Ferruccio Parazzoli (autore di Inventare il mondo. Teoria e pratica del racconto) nella pagina della Cultura del «Corsera» di lunedì 23 novembre 2009]

23 Novembre 2009 Pubblicato da Stefania Mola | Ferruccio Parazzoli, Paolo Di Stefano | , | 2 Commenti

Lezione di nuoto

Il cuore non ha mai rughe, non ha che cicatrici.

Il fatto che Valentina Fortichiari oltre che saggista sia stata a suo tempo nuotatrice agonista ha il suo peso in questo romanzo. Perché all’interno dell’invenzione lo sport preferito ha un ruolo preciso, se non determinante, perfettamente incastrato nei misteriosi ingranaggi di una storia ispirata dalla famosa scrittrice francese Colette, tornata di recente agli onori della cronaca per il film tratto dal suo Chéri.

È un viaggio a ritroso nel tempo fino all’estate del 1920 sulle spiagge della Bretagna e di fronte al mare di Saint-Malo, l’estate in cui Colette diventa amante di Bertrand, figlio adolescente del suo secondo marito. Una stagione breve e tormentata, nella casa di Rozven (la rosa dei venti) tra parenti, amici, scrittori («una specie di piccola colonia di affetti») e odori di salsedine, caffè macinato e verbena. Un momento della sua biografia che coincide con le imponenti maree di quelle latitudini («mare che va e viene, avanti e indietro, instancabile») e che dà corpo alla trama di Chéri, libro dapprima scritto e quindi vissuto. Con la storia che si svolge quando «il torbido ambiente di Chéri e delle Claudine» che a Bertrand «dava ai nervi» è in bozze, restituendo in tempo reale gli effetti della finzione.

Il mare era acqua confusa e un ribollire disordinato di correnti. Lei si fermò incantata a guardare, quasi non lo avesse mai visto. «Così, in tempesta, così mi piaci, furioso. Sei di nuovo qui, mi hai aspettata. Sono qui. Non hai sofferto la mia mancanza? Io sì, per questo eccomi, di nuovo. Avevo bisogno di te».

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20 Novembre 2009 Pubblicato da Stefania Mola | Colette (Sidonie-Gabrielle Colette), Valentina Fortichiari | , | 2 Commenti

La fine dei libri

Arcimboldo_Librarian_StokholmI libri hanno gli stessi nemici dell’uomo: il fuoco, l’umido, le bestie, il tempo e il loro stesso contenuto.

Se i libri potessero parlare – e Richard de Bury lo immagina senza troppe difficoltà – aggiungerebbero ai loro nemici la donna, il peggiore di tutti. Vecchia tradizione, d’altronde,  quella della bestia bipede [...] che ci fa a pezzi e ci deride con discorsi volgari dimostrando così che in casa siamo solo delle suppellettili superflue, ripresa in modo accattivante poco più di un secolo fa da Octave Uzanne, bibliografo e poligrafo amico di Proust, che attraverso una scrittura divertita e ironica nei confronti di bibliomani e bibliofolli costruisce tre racconti per un unico tema: la morte dei libri.

Libri colpevoli di invadere spazi vitali e quotidiani ma, soprattutto, di istigare al pensiero critico e indipendente. Movente perfetto per fare di una donna trascurata per una vita dal suo amato a causa di un’incurabile bibliofilia la responsabile di una feroce strage in biblioteca, associandola ad altri “nemici” più scontati (la tecnologia, l’incuria e l’indifferenza) e ad alcune sorprese. «Mio caro bibliofilo, non volete dirci cosa succederà alle lettere, ai letterati e ai libri di qui a un centinaio d’anni?». Ecco allora una parata di nuovi media (nuovi nel 1894) per noi ampiamente superati ma paragonabili – per impatto e possibilità – alla tecnologia che mette in subbuglio i nostri tempi con la promessa di diventare concorrente temibile per libri e affini cartacei.

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5 Novembre 2009 Pubblicato da Stefania Mola | Octave Uzanne, Paul Valéry, Richard de Bury | | 4 Commenti

Una piccola ape furibonda

Spartite le acque del mio dolore, oggi come ieri senza misura, senza ascolto, io venni pecora nera carica di desideri in un deserto senza erba a morire.
Furono anni quelli in cui il senso mi attanagliava la carne e la giovinezza era piena di rose entro cui sarei morta baciandomi l’ultimo sospiro. Amavo me stessa come l’unica corda, come un grande violino che non ha un dio, e mi fecero seppellire mani e piedi perché non lavorassi più la mia terra.
Tornai indietro mille, duemila volte a trovare le tracce perdute della mia casa, dei quattro alberi che avevo piantato in onore dei figli. Nessuno credeva che avessi un grande giardino.


Tu non sai: ci sono betulle che di notte levano le loro radici, e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano o diventano sogni. Pensa che in un albero c’è un violino d’amore. Pensa che un albero canta e ride. Pensa che un albero sta in un crepaccio e poi diventa vita. Te l’ho già detto: i poeti non si redimono, vanno lasciati volare tra gli alberi come usignoli pronti a morire.


Ogni poeta è un sacerdote e sopporta pene indicibili per regalare la propria parola agli altri. «È un improbo recupero di forze per avvertire un po’ di eternità». La gente cerca di amalgamarlo col volgo, di confonderlo con il pantano, di farlo morire di asfissia tra polvere e reati, e il poeta muore veramente, vinto dalla stanchezza e dalla preghiera che non riesce più a risorgere.
Mai più?

1 Novembre 2009 Pubblicato da Stefania Mola | Alda Merini | , | 4 Commenti

Il gran rifiuto

baudinoIl massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. E ne sono contento.
(Italo Calvino)

Gli aspiranti scrittori che almeno una volta nella loro vita si fossero visti respingere al mittente il libro della loro vita ed ora inveiscono contro gli editori, massa di abietti e incompetenti nemici della cultura, si consolino pensando a Friedrich Hölderlin, letteralmente sbeffeggiato e portato al delirio da due tipi del calibro di Goethe e di Schiller, o a Herman Melville, collezionista insuperato di rejection slips. Racconta Arthur Conan Doyle come il manoscritto del suo primo libro intorno a Sherlock Holmes tornasse regolarmente indietro «con la precisione di un piccione viaggiatore», naturalmente senza essere stato neppure letto. Ancora, T.S. Eliot, respinto dall’editore inglese Lane con la motivazione preconfezionata per eccellenza («non appartiene al genere che teniamo ad aggiungere al nostro catalogo»), ma certo migliore dell’affilato giudizio di Virginia Woolf su James Joyce. A parte Orwell, la cui Fattoria degli animali subì una vera e propria censura politica. Samuel Beckett, invece, collezionò diversi rifiuti prima di incontrare un editore speciale come Jérôme Lindon e di intraprendere la via del successo con le Éditions de Minuit.

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20 Ottobre 2009 Pubblicato da Stefania Mola | Alberto Moravia, Anaïs Nin, Arthur Conan Doyle, Beppe Fenoglio, Carlo Sgorlon, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Friedrich Hölderlin, George Orwell, Gina Lagorio, Guido Morselli, Herman Melville, Italo Calvino, James Joyce, Lalla Romano, Luciano Bianciardi, Marcel Proust, Mario Baudino, Natalia Ginzburg, Rosetta Loy, Samuel Beckett, Thomas S. Eliot, Virginia Woolf, Vladimir Nabokov | , | 10 Commenti

Letteratura d’evasione

waxler«Si deve a un professore di letteratura inglese se in Massachusetts un uomo può rubare un’automobile ed essere condannato a leggere dei bellissimi libri. Nel senso che può scegliere se scontare la pena in galera o partecipare a un seminario di letteratura di dodici settimane all’Università di Dartmouth. Per osservare debolezze, fallimenti e crimini da una più ampia prospettiva. Un’utopia, come sostengono gli scettici? Può darsi, ma con un lato concreto: costa meno della detenzione – 500 dollari a condannato, contro i 30mila di un anno in carcere – e garantisce un indice di criminalità più basso.

Da quando Robert Waxler, l’ideatore del programma Changing Lives Through Literature, si è messo in testa di usare i libri per redimere i criminali del Massachusetts, la percentuale di recidività è infatti scesa dal 42 al 18 per cento. Non male per un professore di letteratura che aveva l’ambizione di portare i romanzi di Steinbeck e Faulkner fuori dai confini del campus. Il letterato cinquantenne nel 1991 aveva scommesso la propria reputazione sull’efficacia del programma. A fronte dei risultati ha convinto altri otto Stati americani, Gran Bretagna e Canada ad adottarlo.

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10 Settembre 2009 Pubblicato da Stefania Mola | John Steinbeck, Livia Manera, Robert Waxler | , | 9 Commenti

Settembre

18_8_09

Ora solo il linguaggio può ridire quei gesti
scriverne piano ripetendo l’ardore con cautela
fissando perché restino ancora in questa stanza
le grandi ombre di allora.

Schianta ancora il tuo petto contro il mio
perché questa è l’unica orma dell’amore
l’autunno che replicava le stelle
quasi da un mondo uguale
la finestra, la cornice di abete
l’addolorato trattenersi delle schiene
.

(Antonella Anedda, Settembre, notte)

Ginostra16_8_09

2 Settembre 2009 Pubblicato da Stefania Mola | Antonella Anedda | , | 2 Commenti